L’autoferraggio
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Un piccolo tremolio del cimino, poi la canna si piega vistosamente; ci siamo, la preda ha abboccato e nel tentare la fuga si allamata in modo efficace e profondo. L’autoferraggio ha funzionato perfettamente.


Testo e foto di Alfonso Vastano


Sembra banale, ma parlare di autoferraggio nel surfcasting spesso può apparire superfluo se non addirittura inadeguato. Sono in molti, infatti, a pensare che nella pesca dalla spiaggia si deve ferrare e non è raro, anche se francamente ridicolo, assistere a pescatori che in seguito al tremolio del cimino si prodigano in violente, quanto inutili ferrate. Del resto, sull’argomento c’è sempre molta confusione e poca conoscenza del problema. Vediamo quindi di chiarirci un po’ le idee. In primo luogo è doveroso fare qualche piccola ma importantissima premessa: il surfcasting, come tutte le pesche a fondo si effettua, salvo rari casi, con la canna posizionata sul tripode, in attesa, lanciando generalmente a media e lunga distanza. In queste situazioni, è evidente che quando avvertiamo la presenza del pesce sulla canna, questo ultimo ha gia preso l’esca in bocca ed è rimasto allamato; in sostanza ha abboccato e, a noi, non resta altro da fare che iniziare il recupero. In altre parole, il surfcasting è una disciplina che si basa essenzialmente sull’autoferraggio, come la quasi totalità delle tecniche di pesca che non si effettuano canna a mano. Perché questa operazione avvenga in modo sicure ed efficace, però, è necessario adottare tutta una serie di accorgimenti, sia tecnici sia comportamentali, in modo tale da favorire la penetrazione profonda dell’amo nella bocca del pesce.

La canna


Attrezzo di primaria importanza, la canna deve essere scelta con cura, tenendo conto del tipo di pesca che andremo ad esercitare, delle condizioni meteo marine e cosa assai importante della distanza a cui intenderemo svolgere la nostra azione di pesca. A tale proposito, è necessario precisare che maggiori saranno i nostri lanci, tanto più avremo bisogno di una canna potente ma non solo, ovviamente, per motivi balistici, ma anche per assicuraci una perfetta azione di pesca, una buona tenuta e, cosa assai importante, per garantirci un eccellente risposta del cimino alle tocche e quindi una maggiore possibilità che il pesce subisca un efficace contraccolpo in fase di abboccata. Non dimentichiamo, infatti, che due sono i momenti in cui il pesce favorisce l’autoferraggio: quando spostandosi subisce il contraccolpo del piombo e subito dopo, quando in fuga, viene rallentato nella sua corsa dalla resistenza della canna posta sul picchetto. Ovviamente, se peschiamo a lunga distanza, l’effetto di un cimino troppo flessibile, insieme a quello dovuto all’allungo del nylon, finiscono per limitare se non annullare completamente le possibilità di una corretta allamatura. Infine, per lo stesso motivo, maggiore sarà la distanza, tanto più pesante sarà la zavorra che impiegheremo.
Inutile ferrare, attendiamo qualche istante e poi…


A questo punto è necessario analizzare attentamente il comportamento che dobbiamo tenere una volta lanciato le canne; in sostanza, come disporle sul tripode e, cosa assai importante, come regolare la frizione dei nostri mulinelli. Ebbene, uno degli accorgimenti più efficaci è proprio quello di mantenere la frizione, nelle canne in attesa e nelle fasi iniziali che seguono l’abboccata, sostanzialmente serrata. Così facendo, il pesce dopo aver inghiottito l’esca durante il suo tentativo di fuga, subirà pesantemente il contraccolpo del piombo e della canna che favoriranno la penetrazione dell’amo nel palato, anche se duro e tenace. Al contrario, una frizione libera, consentirà alla preda di correre liberamente, l’amo difficilmente penetrerà in profondità e le possibilità di slamatura saranno elevate. Inoltre, bisogna considerare il luogo dove stiamo operando: se ci troviamo, infatti, a svolgere la nostra azione di pesca su fondali misti, ricchi di ostacoli, un uso improprio della frizione potrebbe costarci la perdita dell’ambita preda, che cercherà la fuga e la salvezza tra le asperità del fondale. Per evitare che ciò avvenga è necessario prendersi qualche rischio in più e, anche se stiamo insidiando pesci di grossa taglia, assicurare bene la canna al tripode e questo ultimo al terreno, mantenere la frizione ben serrata e poi, se necessario, allentarla quel tanto che basta, ma solo dopo le prime fasi del recupero, quando ormai il pesce si trova in acqua libera e non ha più possibilità di trovare rifugio tra le alghe e le rocce. Solo in prossimità della riva, quando il filo da recuperare sarà poco, se necessario allenteremo la “farfalla” per non correre inutili rischi e salperemo la nostra preda facendoci aiutare dal moto ondoso.

Apprezziamone le caratteristiche tecniche


A questo punto è indispensabile analizzare quali devono essere le caratteristiche essenziali che deve possedere un buon mulinello adatto al surfcasting. Considerando lo sforzo cui sarà destinato, possiamo asserire con assoluta certezza, che dovrà essere un attrezzo sostanzialmente robusto ed affidabile, un mulinello che per doti tecniche e capacità sarà uguale a quelli che vengono generalmente utilizzati in tecniche come il carpfishing in acqua dolce e il rockfishing e il bolentino pesante in mare. Nello specifico, se da abbinare a canne potenti, è necessario orientarsi su modelli di grandi dimensioni, in grado di contenere non meno di 200-250 metri di nylon di buon diametro, in possesso di un’ottima meccanica, possibilmente con una forte componente di pezzi di acciaio, dotati di un rapporto di recupero eccellente e provvisti di ampia e robusta manovella che risulterà indispensabile durante i recuperi più impegnativi. Ottimi, di ultima generazione, alcuni mulinelli sono provvisti di uno speciale bait-runner in testa alla bobina, una soluzione che offre innumerevoli vantaggi proprio in relazione all’autoferraggio. In altre parole, è possibile impiegare questo prezioso meccanismo in modo contrario, ovvero mantenere la frizione ben serrata, regolata al carico di rottura del filo, quando la canna è in attesa, coscienti del fatto però, che all’occorrenza, questo speciale bait-runner permette lo sgancio immediato della bobina in pochissimi istanti.


Piombi pesanti, terminali adeguati.


Sulla necessità di utilizzare piombi pesanti abbiamo già accennato nel paragrafo precedente; inoltre è bene ricordare, che anche sulla scelta del filo, se vogliamo aumentare le possibilità dell’autoferraggio, specialmente quando peschiamo a notevole distanza, è bene impiegare un nylon poco elastico, o meglio ancora dell’ottimo multifibre, che trasmetterà immediatamente le tocche alla canna. Infine, nella realizzazione delle nostre montature dobbiamo tener conto anche del fattore legato alla perfetta allamatura del pesce e, quindi, optare per parature mirate alle singole specie, in relazione a questa problematica. In sostanza, un terminale da orata sarà sicuramente più lungo di quello destinato alla pesca delle mormore, per consentire al pesce di frantumare ed inghiottire il boccone, prima di avvertire “l’inganno”. Al contrario, una montatura da saraghi, sarà munita di braccioli sostanzialmente corti, per favorire un immediato contraccolpo del piombo e della lenza, che consentiranno una repentina ed efficace allamatura del pesce.

Per un corretto autoferraggio

Tab. 1
Canna piombo distanza
Azione morbida 30-50gr 0 – 30mt
Azione semi parabolica 50 – 70gr 30 – 50mt
Azione di punta 70 – 100gr 50 – 80mt
Azione rigida 100 – 120gr 80 – 120mt
Azione rigida – ripartita 120 – 150gr 120 – 150mt.


Tab. 2
Pesce lunghezza terminale
Orata cm 200
Spigola cm 150 -200
Serra cm 100 - 130
Ombrina cm 100 - 120
Mormora cm 60 - 100
Sarago cm 40 – 50

Tab. 3 (per pesci di media dimensioni)
Pesce amo regolazione frizione posizione del filo
Orata n°2 – 1 al carico di rottura del nylon in bando
Spigola n° 2 -1 serrata leggermente in bando
Sarago n° 4 – 6 serrata in tensione
Ombrina n° 4 – 6 serrata in bando
Mormora n° 8-10 serrata in bando
Serra n° 1 -1/0 serrata leggermente in bando