PIDOCCHIA
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Rito Oreste Marini
“SENTIRE IL MARE”- Serie di racconti di pesca.

Partì pieno di entusiasmo giovanile, poco più che adolescente, accompagnato alla grande nave nera e bianca, dai suoi genitori e da un foltissimo gruppo di amici festosi che inneggiavano alla sua futura gloria.
La nave, meglio allora denominata piroscafo o bastimento se ne stava immobile attraccata alle bitte, esibendo la propria struttura avveniristica, la lucentezza delle proprie vernici, quali tangibili dimostrazioni di potenza e di invincibilità.
A circa cinquanta metri dalla soglia della banchina, c’era una botola, che venne scherzosamente notata dal nostro giovane ufficiale, che si chiese a cosa potesse servire….ma venne subito distolto da accattivanti sorrisi ed ammiccanti occhiate di un gruppo di giovani ragazze agghindate per l’occasione festosamente, che gli elargirono generosi abbracci e promesse di trepide attese; quindi all’annuncio della partenza per l’Africa a quei tempi terra lontana e misteriosa, si prodigarono in baci e lacrime.
Tanto avevano investito i suoi genitori per questo figlio oggi laureato in ingegneria ed ufficiale del Genio, e che aveva deciso spontaneamente e volontariamente di donare la propria mente ed il proprio corpo alla Patria, facendone l’unico grande scopo della propria vita.
Il piroscafo salpò verso Sud, tra una baldoria di fanfare, un dimenare di braccia al vento e di fazzoletti ricamati e profumati, ed un veleggiare di candidi gabbiani decisamente disturbati, sin da protestare vivacemente nel cielo rischiarato da un caldo sole nascente.
Si comportò da eroe e gli furono riconosciuti encomi e medaglie che appese con cura estrema al petto della sua divisa coloniale, senza nascondere orgoglio soddisfatto ed autentica felicità.
Poi come ogni cosa nella vita, il sogno finì: una lurida fetida barcaccia fatiscente, lo accompagnò in patria sino alla stessa banchina del porto, ed appena sceso con i piedi per terra, uno scaricatore gli sputò addosso.
A nulla valse esibire al vento le sue meritatissime medaglie: ad aspettarlo non c’era proprio nessuno, la sua casa era stata distrutta ed i suoi genitori erano morti entrambi, e gli amici, i suoi festosi amici? Un pò per “impegni” , molto per vigliaccheria, lo avevano totalmente ignorato!
Rimase attonito avvolto solo dalla sua stupenda divisa arricchita di medaglie, in piedi con accanto la sua valigia di “Fibran”(cartone compresso) a fissare il vuoto, in preda allo sconforto più profondo : era rimasto solo e tradito nelle sue più viscerali aspettative. Non resse all’impatto.
Cominciò a fissare il vuoto e quindi scorse la botola che tanto lo aveva incuriosito alla sua partenza ed abbozzò un tristissimo sorriso tra le sue labbra sottilissime, appena disegnate dalla Natura.
Gli ritornarono in mente le urla di battaglie vinte e perse, tutte sintetizzate in riconoscimenti di merito che esibiva orgogliosamente sul suo petto. Poi calò la nebbia, quella umida portata dal vento tiepido di quel Sud che aveva così intensamente vissuto, che cominciò a depositare la sua appiccicosa umidità, mentre una grossa pantegana s’affacciò dall’orifizio di una fogna, con uno sguardo furbetto, quasi di sfida, masticando una testa di pesce retta dalle zampette anteriori, per nulla disturbata.

-“Pidocchia,c’è Pidocchia…ragazzi facciamo una bella marcetta col Pidocchia!”-
Un nugolo di ragazzini festosi si era inquadrato dietro quella sagoma longilinea, elegantemente avvolta nella divisa coloniale tenuta perfettamente pulita, ordinata e decorata con le medaglie, a cui si erano aggiunte altre medaglie di militari che si vergognavano una volta rientrati in Patria persino di detenerle, e che gliele avevano affidate.
Le aveva accolte perché merito di fruttuose azioni eroiche, che non andavano dimenticate.
Continuava a vivere così il suo fantastico mondo fatto di eroismi e di amore di Patria, di sacrifici personali e di onori a tutte le bandiere tricolori che in città venivano esibite.
Dai carabinieri gli era stata sequestrata la spada di ufficiale: ultimo sforzo finanziario dei suoi genitori, per “motivi di prudenza”…ma anche il coltello da campo che gli adornava una coscia, fu prudenzialmente ritirato, ma prontamente sostituito da un coltello da cucina.
La spada da cui si separò con ulteriore dolore fu sostituita da un’altra in legno verniciata d’argento da un artigiano mosso a compassione dai continui lamenti del Pidocchia.
Avevo perso le sue tracce, ma mi si riferiva che fosse assorto nei suoi obblighi quotidiani più o meno rumorosi, per adempiere al suo “dovere di Patriota”.

L’alba pallida aveva cominciato con un pigro stiracchiamento a sbadigliare davanti al primo livido chiarore.
In cima alle montagne che si ergevano ad Est ,un debole bagliore si faceva sempre più luminoso stimolando il canto insistente degli uccelli ed il gracchiare nervoso dei gabbiani che inseguivano i pescherecci al lavoro sul mare, elemosinando spudoratamente un boccone.
Attirato dal tam tam dei pescatori sportivi locali, mi ero recato proprio là, dove il “Pidocchia”, tanti anni addietro era partito speranzoso. Si, proprio là, dove era ritornato sconfitto nelle aspettative, ed umiliato nei suoi più intimi sentimenti.
In “quel” posto avrei dovuto tentare la cattura dal molo di grosse palamite ed alletterati; un’impresa che annualmente, nella giusta stagione, si ripeteva perché dava grandi soddisfazioni.
Ma, mentre progettavo l’azione di pesca,sentii una voce stridula urlare:
-“AAAAATTATT-AAAARM!”-
Questa volta l’Aurora non potè più trattenere la sua pigrizia e cominciò a trasformare il suo pallore in un debole rossore di stizza e rischiarò una piccola parte di cielo.
Notai che “Pidocchia” era proprio là, con la sua inconfondibile sagoma longilinea e che aveva reso gli onori alla Bandiera che sventolava davanti al l’ingresso della locale Capitaneria Di Porto, sguinzagliando la sua effimera spada!
Mi sorprese che avesse con se un’antica valigia di “Fibran” legata con la cordella per le serrande perché non si aprisse accidentalmente.
Uno strano interesse verso quell’uomo, mi incuriosì, e fece passare in secondo piano il mio programma di pesca alle palamite, che certamente avrei catturato anche più tardi, tanto erano là a bollare con i tonnetti.
Si diresse verso di me, con portamento fiero, ma si fermò prima, proprio accanto allo strano tombino. Si chinò per deporre la valigia, fece scivolare con le lunghe dita la fettuccia da serranda dall’apposito blocco, aprendolo ed infine sollevò il coperchio, allungando verso l’interno le sue lunghissime quanto scarne braccia.
Estrasse una tavoletta di legno squadrato che avvolgeva qualche metro di cordina, dalla quale alla fine, pendeva un grosso amo forgiato di natura artigianale, frutto certo di un volenteroso ed appassionato fabbro ferraio.
Srotolò uno spesso foglio doppio di carta gialla e mentre mi avvicinavo in preda alla curiosità più acuta, armeggiava con due grosse alacce, una delle quali, la innescò con sorprendente maestria nel grosso amo di ferro forgiato, che per l’occasione mostrò alla punta un serio quanto competente lavoro di molatura.
-“Questo la deve sapere lunga…”-
Pensai, ma dove avrebbe calato quella assurda paratura? Forse. “in corrente”, perché non aveva il piombo…., lungo il molo….per tentare la cattura di qualche grossa spigola….ma la corrente avrebbe fatto aderire l’innesco alla vegetazione del molo, rendendo quanto meno difficoltosa l’azione di pesca….
Ripose il tutto sulla carta gialla, con la cura e la padronanza di chi conosce bene il fatto suo e deciso, vuole raccogliere il frutto delle proprie reiterate esperienze…, quindi alzò lo sguardo e mi fissò abbozzando appena uno stanco sorriso.
Scoprii allora la intensa profondità di quegli occhi che denunciavano apertamente una sofferenza repressa, un desiderio “umano” di comunicare, trattenuto da un atteggiamento assurdamente “dignitoso” per quello che Egli sentiva di essere. Quindi , il Pidocchia, il Generale,con gesto dettato dalla timidezza di chi è cosciente di potere essere ancora una volta deriso, mi rivolse la parola:
-“Devo sfamare la truppa; un buon Ufficiale deve sapere destreggiarsi, anche tra mille difficoltà, procurando il cibo, inculcando benessere, buonumore e fiducia nei suoi uomini…!”
Aveva disegnato col suo lunghissimo braccio un semicerchio a conclusione delle sue affermazioni. Era la prima volta che sentivo direttamente la sua voce, calma, decisa, calda, suadente, serena, convincente.
Aveva estratto il “suo” coltello da cucina dalla lunga tasca e lo aveva deposto in buona compagnia sulla ruvida carta gialla da pescheria di una volta, quindi dalla stessa lunghissima tasca aveva estratto un grosso ferro con la punta schiacciata a mò di piede di porco….un altro strumento artigianale!
Lo infilò con sorprendente abilità in un bordo laterale del tombino e fece leva, quindi lo sollevò da un lato, aiutandosi con la mano e la forza del braccio e infine con le dita scarne e longilinee, sollevò il pesante coperchio del tombino e lo depose su un bordo della consistente carta gialla, avendo cura di rispettare la direzione del vento per evitare che la carta si ripiegasse su se stessa spargendo dappertutto il suo interessante contenuto, sistemato con tanta cura da sembrare una tavola imbandita per le feste.
Il Pidocchia era in ginocchio davanti al tombino scoperchiato quasi a celebrare un antico rito tribale, nella deserta banchina del porto, mentre il vento spingeva le onde, ora si sentiva il flusso ed il riflusso dell’ acqua di mare che pressava per entrare nel canale sotterraneo e spingeva per uscire con uguale prepotenza.
Quindi, cominciò a calare l’innesco di alaccia lungo il budello che comunicava col mare sino a quando la lenza madre non gli si afflosciò tra le dita.
I suoi occhietti erano ora divenuti furbi, si erano schiacciati e rimpiccioliti come quelli di un grosso felino in caccia ed in attesa di scattare per l’assalto alla preda.
Si allontanò, lentamente, con cura consapevolmente studiata, dal tombino, senza fare il minimo rumore, nemmeno con i suoi pesanti stivali di cuoio d’ordinanza, tenendo in mano la cima e la tavoletta avvolgi-lenza.
Man mano che il movimento del mare “rubava filo” egli mollava pur mantenendo sotto controllo tutto l’apparato, concentrandosi assolutamente sui movimenti all’interno del canale sommerso.
Ero incredulo quanto affascinato da quell’uomo che a mio parere reagiva come poteva, dalla crudeltà di una società fatta di uomini e persone che prima tanto lo aveva incensato ed illuso, allori, promesse, conquiste e benessere e incondizionata amicizia….per poi abbandonarlo totalmente, dietro una maschera di stupida indifferenza e vigliaccheria.
Mi ero assorto in un incalzante torpore, quando dal silenzio emerse la sua voce:
-“Ci siamo!”-
La corda era inverosimilmente tesa.
-“ Se mollo lo perdo,…se mollo….lo perdo!....se mollo…lo perdo…..se mollo….se…”-
Tirava la cordella che voleva assolutamente scivolargli dalle mani.
In verità, si vedeva la tensione che offriva a vista quella lenza, ma il sospetto che l’avesse incagliata e che tirando senza sosta la incagliasse ancora di più, prevalse nella mia mente di “inesperto” pescatore e preso da “compassione collaborativa” esclamai:
-“Molla un pò di corda !”
-“ No..,no..,non bisogna mollare mai, non mollare mai…non mollare, mai mollare…!”
Rispose eccitatissimo, con sorprendente immediatezza e decisione.
-“Perché se molli…si attorciglia con la coda negli anfratti e non lo esci più…Bisogna tirare…tirare e tirare….con la sola accortezza di non esagerare troppo, per non fare raddrizzare l’amo…, senti, senti come reagisce….”
Pur non mollando e resistendo come un matto (pardon), mi porse la lenza con l’animale ferrato, perché constatassi di persona.
Meno convinto che mai mi avvicinai e prendemmo prima a tre, poi a quattro mani la lenza madre e in questo preciso istante sentii uno strattone che giudicai impossibile, tanto da non crederci. Infatti allungai lo sguardo sino al mare, per scrutare se ai bordi della banchina, dove il canale finiva in profondità sul mare v’era qualche burlone che voleva divertirsi.
Rimasi deluso, non c’eravamo altri che io e il Pidocchia.
Adesso cominciavo a credere, perché lo sentivo accanirsi e difendersi con strattoni da paura, che dall’altro capo del filo c’era sicuramente “qualcosa” che aveva una forza a dir poco bestiale!
Rassicurai il mio compagno con lo sguardo e col movimento della testa e quindi tirammo sù insieme in un ultimo disperato esperimento.
La corda, lentamente stava cedendo e qualcosa che freneticamente si appesantiva appendendosi al cunicolo stava per sgusciare fuori.
Un rapido passaggio di mano effettuato come due vecchi amici che frequentavano da sempre insieme il mare, diede la giusta soddisfazione al Pidocchia che tirò con sapiente lentezza e progressione la bestia che ora gorgogliava e si dimenava nell’oscurità del cunicolo.
Infine quasi un rantolo provenne dall’interno di quell’orifizio infernale, ancor prima della trionfale uscita finale: una grande e lunghissima massa nera usciva da quel buco: una preda enorme che venne letteralmente trascinata sino all’inverosimile verso l’alto e quindi parallelamente sulla banchina del porto. Non finiva mai!
Era un grongo enorme col dorso nerissimo certamente di oltre quindici chili, impressionante!
Pidocchia afferrò il coltello con freddezza e affondò la sua lama tra gli occhi, continuando a seghettarlo verso l’interno per spaccargli il cranio in due, l’animale eruttò, ed emise una lunga e sottile bava di sangue quindi si rassegnò chetando i propri bollenti spiriti.
-“Ce l’abbiamo fatta, per i prossimi giorni non avremo più problemi di vettovagliamento!”
Sentenziò con un sospiro di sollievo, mentre mi ero avvicinato al grosso grongo e rilevai che aveva una livrea scurissima come quelli parimenti giganteschi che avevo catturato e liberato col bolentino di profondità destinato a ben altre prede e che il suo corpo aveva una grossezza quasi sproporzionata rispetto alla considerevole lunghezza. Forse si era nutrito tanto da divenire obeso….chissà!
Infine il nostro personaggio, riaprì la valigia di “Fibran” estrasse alcuni fogli di carta gialla ed una pezza ricavata da una vecchissima camicia militare e avvolse con cura la sua prestigiosa preda che si ribellò ancora un paio di volte prima di farsi fasciare con cura ed attenzioni infinite.
Quindi depose la sua grande cattura all’interno, insieme all’attrezzatura da pesca richiudendo il tutto con una doppia fasciatura esterna di sicurezza, si alzò in piedi e dall’alto del suo abbondante metro e novanta, mi porse la sua scarna mano:
-“Grazie amico”-
Esclamò soddisfatto non limitandosi più nel suo sorriso di soddisfazione e compiacimento.
-“…Vorrei pregarti di mantenere il segreto su questa cattura…che resti solo tra di noi!”-
E mentre gli stringevo la mano, sentivo scricchiolare le sue ossa e risposi:
-“Stai tranquillo, amico mio, io vengo qui, solo per catturare le palamite, sai, quelle di grossa taglia…”
Quindi si incamminò per la sua strada, mentre soddisfatto per l’avventura imprevedibile, stavo raccattando la mia attrezzatura per rientrare a casa invaso da una strana euforia.
La vita mi sballottò come uno zingaro di città in città, ovunque ci fosse bisogno della mia “opera” e la mia unica possibilità di scelta in nome di una carriera promessa e meritata e solo parzialmente raggiunta, fu quella di richiedere ed ottenere una destinazione che fosse nelle vicinanze del mare.
Avevo perduto le tracce del “Pidocchia”, anche se qualche amico “consegnato” lo riforniva di panini caldi imbottiti con la mortadella, che pagavo in anticipo ad una piccola bottega di alimentari, sotto casa “mia”.
Lo incontrai fugacemente una volta: era invecchiato ed appesantito, mentre i suoi capelli erano diventati totalmente bianchi. Si fermò di botto, mi fissò per un istante, tanto bastò per osservare che le sue medaglie si erano notevolmente accresciute nel numero e per fargli esclamare, dopo un rigoroso saluto militare con scatto e contatto dei tacchi:
-“Ciao amico mio, da allora ho effettuato solo piccole catture, prevalentemente murene, che soddisfano le esigenze della truppa, ma a lungo andare…..meno male che ricevo i sussidi da un amico lontano che continua a spedirmi panini caldi e qualche aranciata….grazie mio caro amico…sento un prurito sotto il naso ed un militare non deve cedere mai alle emozioni.
-“Presentaaat-Arm!”-
E sfoderò la sua sciabola di legno che evidenziava profonde scalfitture nella vernice. Quindi mi rivolse le spalle e fieramente continuò nella sua marcia seguito da una schiera ancora più grande di deridenti ragazzini.
Un grigio giorno d’autunno, ero rientrato a “casa” in vacanza e mi ero armato di canne finalmente “vere”, così si definivano le prime canne in carbonio, ancora pesantissime e cariche di resina, per la mia consueta caccia alle palamite, là dalla banchina portuale.
Era ancora buio, mi recai nel posto” consueto”, mentre da lontano, tra la foschia e l’oscurità appena rischiarata dalle flebile luce di una lampada, intravidi una sagoma inginocchiata, per me inconfondibile.
L’alba si affrettò a rischiarare con energia quella giornata che stava per incominciare con l’incontro di due amici che avevano in comune una grande passione.
Da lontano la sagoma inginocchiata del Pidocchia mi parve irreale, statica, preso dal peso degli anni, forse si stava riposando.
Poi, un fluttuare viscido vicino alla botola e un rumore, quasi un rutto attirò la mia attenzione, accanto al ” Generale Pidocchia” c’era un enorme grongo molto più grande di quello che gli avevo già visto catturare, una autentica mostruosità che si contorceva con lentezza sulle pietre laviche della banchina del porto, scurissimo nel dorso, aveva il coltello infilzato nel cranio ed aveva perso l’orientamento.
-“Anche questa volta abbiamo salvato la truppa, eh, Generale?”
Cercai di sciogliere il ghiaccio ma era rimasto fermo con la lenza in mano, con attaccata l’enorme irreale bestia…..
Il sole stava per sprigionare incontenibilmente tutta la sua potenza luminosa sulla banchina del porto. Il peschereccio con gabbiani al seguito si era attraccato proprio dove tantissimi anni prima una fetida imbarcazione aveva scaricato sulla banchina ciò che restava di un valoroso essere umano.
Il Pidocchia stava ancora là, inginocchiato quasi in preghiera con un sorriso molto più aperto, colmo di soddisfazione, e gli occhi, i suoi profondi occhi scuri ora erano ancora più vellutati, inermi, morti, ed una lacrima discesa da un occhio si era fermata all’ininizio della sua bocca.
Il corpo si era inesorabilmente irrigidito nell’ultimo sforzo di autentica soddisfazione.
Mi parve felice.
Addio Pidocchia!