DON ANCIULINU
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RITO ORESTE MARINI


Sentire il mare – Serie di racconti di pesca.

 


Lo avevo intravisto altre volte,col suo fisico asciutto,scarno,un po’ ricurvo nelle spalle, attraversare la strada reggendo un grosso secchio di plastica con le mani,per recarsi sulla spiaggia di primo pomeriggio.
Impigrito un po’ per il caldo ed un po’ rallentato dalla succulenta, allettante cucina rigorosamente a base di pesce di Giovanna, avevo preferito crogiolarmi all’ombra della veranda della mia piccola casetta sul mare, respirando la salsedine e l’odore intenso degli eucalipti,intento ad ammirare la vigorosa vitalità del mio banano e dei suoi frutti ancora acerbi.
L’avevo visto sparire tra le barche tirate in secco, proprio mentre una piccola folla risaliva la spiaggia con sdraio ed ombrelloni disordinatamente imbracati tra le braccia,probabilmente infastidita dalla fresca brezza primaverile che puntualmente annuncia l’inizio del tramonto.
Quella volta mi incuriosii più delle altre osservando quella strana figura che ostentava insieme stanchezza e fierezza che si recava puntualmente ogni giorno alla stessa ora al mare portando con se quel grosso secchio.
Avevo trovato il pretesto per interrompere quel beato stato di autentica pigrizia, un colpo di reni e mi misi in piedi, infilando al volo le ciabatte da mare e presto fui sulla spiaggetta.
Mi guardai intorno e non lo vidi :era scomparso ! Scrutai in tutte le direzioni ma…niente,era stato inghiottito dal paesaggio.
Attraversai per lungo tutta la spiaggetta, sino al bagnasciuga,poi mi girai con le spalle al mare cercando a destra e a sinistra….niente!
Improvvisamente da un barcone armato di rizzelle emersero una testa bianca,una maglietta celeste,due braccia esili ed una gamba ancora più sfilata che tentava di attraversare il bordo della barca per toccare col piede la sabbia.Non vi riuscì subito rimanemdo a penzoloni;si sforzava per scendere in una strana e buffa posizione.
Mi avvicinai –“Vuole aiuto?”- chiesi - -“Si,grazie,…una volta saltavo giù come un grillo, ma ormai le mie gambe non rispondono più bene…”- rispose.Notai la sua stretta ancora vigorosa sul mio braccio.
Discese dal barcone con una cima in mano e mi guardò con un sorriso di gratitudine, fu allora che notai che i suoi capelli bianchissimi erano arruffati come la spuma del mare agitato dal vento di ponente,i suoi occhi piccoli ed azzurri, sembravano due gocce splendenti prese in prestito dal mare di Sicilia sotto il sole cocente. Il suo viso era semplicemente bello, scolpito,scarno, solcato da profonde rughe che talvolta si intersecavano l’una con l’altra,talaltra si muovevano nell’espressione come volessero dimostrare come si fossero formate.
-“Sono vecchio”- mi disse riconoscente -“ e mi muovo sempre con più fatica”-mentre legava la cima al manico del secchio, dimostrando la perizia di un antico mestiere.Pensai che volesse bagnare il barcone e mi offrii di riempirgli il secchio con acqua di mare.
Non andò verso il barcone ma portando di peso il pesante fardello, si recò verso la strada, con passo incerto, soffermandosi sotto la sagoma di quella grande antica barca posata su un vecchio scivolo, sulla sabbia.Veramente un vascello d’altri tempi.Una prora prominente, superba che terminava con una lunghissima antenna, si slanciava con vigore in avanti, rientrando sempre più verso la carena.Posteriormente s’ergeva imponente una grande poppa rotonda, a veranda,molto prominente verso l’esterno.Vista da sotto era maestosa, altissima,bellissima,con una forma leggermente arrotondata somigliante ad un gigantesco mezzo imbuto, simile agli antichi velieri. Più in basso s’ergeva un grande timone rettangolare che sovrastava un’elica di bronzo annerito dagli anni, a tre pale veramente sproporzionata nelle gigantesche dimensioni ostentate.
Il tavolato esterno era ornato da migliaia di croste di vernice, di tutti i colori possibili si da non potere definire di che colore fosse in origine la grande barca,tranne che nella carena,rigorosamente amaranto o forse viola…. era cosparsa di innumerevoli macchie di salsedine, di muffe, di funghi, di vecchi organismi marini che ivi avevano trovato ottima dimora e lì avevano deciso di terminare le loro ultime ore di vita.
La struttura aveva da tempo perso la sua compattezza, si osservavano infatti distanze tra i tavoloni
da troppo tempo assemblati,che in alcuni punti avevano cominciato a contorcersi probabilmente di dolore quale reazione all’incolmabile desiderio di riimmergersi nel mare :si stava obiettivamente definitivamente perdendo.
Don Anciulinu,così si chiamava il vecchio, era salito sull’antico peschereccio con una scala lunga e strettissima ed aveva iniziato a cospargere l’acqua a piccoli getti, come si usa fare con le barche
in perfetta efficienza, come se la sua superba barca dovesse da un momento all’altro riprendere il mare.
Rimasi un attimo perplesso,quasi incredulo e quindi riguardai con attenzione l’antichissimo vascello…Si,era proprio inutilizzabile….
-“Mi aiuta?”- mi urlò Don Anciulinu con espressione vivace e ringiovanita,affaccinandosi dalla ringhiera, mentre calava con la caluma il secchio vuoto…..-“certamente”- ribadìì come se quello che stavo per fare fosse naturalmente scontato.
Si, sbalordito, ma preso da un interesse più forte della logica comune, presi a trasportare acqua di mare, come se questa fosse l’indispensabile linfa rivitalizzante per la fatiscente struttura tenuta in piedi da altrettanti incredibili puntelli, mentre il vecchio la tirava a bordo con la cima ,bagnando con maestria tutto l’interno della barca.
Poi sbirciò furbescamente da una spaccatura urlando:-“Ho finito,ora vengo fuori,questa sera mi sono sbrigato molto presto!”-
Lo vidi scendere la lunga stretta scala a pioli con una fresca energia straordinaria ,fin sulla sabbia con un sorriso che emetteva bagliori di soddisfazione.
-“La bagno tutti i giorni, da quando me l’anno tirata in secco”-esclamò toccando il fasciame-“ altrimenti si perde…anche se so che con questa barca a mare non ci andrò più….i miei figli non vogliono….ma io ci andrei ancora almeno un’ultima volta….”-e abbassò lo sguardo dentro il grande secchio vuoto e quindi cominciò a raccontarmi quando ancora giovane, con i risparmi della locale pesca al tonno rosso in tonnara, riuscì a dare il primo acconto al maestro d’ascia per iniziare i lavori su quella che all’epoca era stata la più bella imbarcazione da pesca professionale dell’intera provincia.
Alzai lo sguardo verso l’alto e mentre il sole tramontava in un lago insanguinato,come per volerci ricordare le antiche mattanze, mi sembrò di vedere un antico veliero profumato dal fasciame fresco dei boschi delle colline locali e dalle resine di fragranti vernici,comandato dal giovane capitano Don Anciulinu.
-“Mi misi in proprio”- continuò – “per pescare il tonno in tutte le stagioni, inseguendolo in tutto il Mediterraneo ….e abbandonare la precarietà del lavoro in tonnara che non dava più reddito sufficiente per tutta la famiglia….Questa barca non mi ha lasciato mai” –continuò con gli occhi carichi di emozione e accarezzò ancora le vecchie tavole con più energia liberando un nugolo di croste…”-Mi ha fatto stare bene, mi ha fatto crescere sani i miei figli….ma loro…loro non vogliono continuare questo mestiere…pescano solo per diletto, poi, si dedicano al loro lavoro…uno in fabbrica….l’altro ha una piccola azienda commerciale….stanno bene e questo è veramente importante….d’altronde oggi i tonni non si pescano più come una volta….ce ne sono sempre di meno…. Li pescano con gli elicotteri…..figuriamoci….”- .
Prese quindi a raccontarmi di tutte le tecniche di pesca che aveva adottato per la cattura dei tonni, anche quella col cefalo salato e la lenza praticamente a mano in alto mare,dove il galleggiante era rappresentato da una minuscola barchetta di legno chiamata “bacchittu”, con a bordo due uomini che si facevano trascinare dalla furia di una gigantesca “tunnina”(tonno gigante) e mi mostrò le mani, piene di cicatrici nei palmi a comprova che a lui non ne era scappato nemmeno uno.Passò quindi alle tecniche più professionali e mi raccontò di come venivano individuati i branchi e del perché con la sua imbarcazione era costretto a spostarsi continuamente mancando mesi e mesi da casa. Tutto era basato sul suo intuito e sulle sue capacità oltre che alla esperienza interamente maturata sul mare, in un epoca in cui i rilevamenti moderni non esistevano in assoluto. Mi parlò dei suoi profondi dispiaceri per le uscite di pesca andate male, ma anche di grosse soddisfazioni allorquando la barca si ritirava in porto gravata dal peso del pescato che la faceva sprofondare sino all’inverosimile…-“Pensi che un tonno gigante poteva pesare anche oltre seicento chili! Ed io ne ho pescati tantissimi!...”
E quindi raccontò di quando un enorme “tunnu palamitu” (squalo bianco) entrò nella grande rete a seguito di un branco di tonni rossi.
-“Distrusse oltre un terzo della grande rete,rendendola totalmente inutilizzabile.Dovemmo rientrare a casa affrontando il lunghissimo viaggio di ritorno ,disarmare la barca e provvedere alle lente lunghe riparazioni a terra”-i suoi piccoli vivaci occhietti chiari si entusiasmavano…..
Non so quanto tempo rimasi ad ascoltare quell’uomo gracile ma forte e tenace come un giunco,condividendo il comune amore per il mare….
Don Anciulinu continuava con i suoi ricordi di pesca,ed io lo ascoltavo affascinato, mentre l’imbrunire annunciava la notte e qualche gabbiano si era posato sopra la cabina per ascoltare la voce di un vecchio amico,le pieghe del suo volto divenivano ancora più profonde e la sua voce si amplificava nel silenzio della spiaggia sino a giungere a mare.Anche il mare ascoltava adesso Don Anciulinu e quindi aveva ammansito il vento rassettandosi in una calma inconsueta, in segno di rispetto ed ammirazione, mentre provava un profondo rimorso per le sofferenze inflittegli in passato quando era forte,coraggioso ed impavido.