LICHIA_AMIA
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RITO ORESTE MARINI

 

Sentire il mare – Serie di racconti di pesca

 

 

Lichia Amia

 

 

Carmelo mi aveva telefonato.Si erano già avvicinate.Le aveva viste sfrecciare sulla cresta dell’onda come dei fulmini,mentre inseguivano i banchi di novellame che stanziava lungo la costa.
Puntuali, come ogni anno, erano sbucate improvvisamente, chissà da dove, le prime lecce giganti,ai tiepidi albori della primavera.
Avevano percorso chissà quale corrente nell’oceano,scampando tutte le insidie dell’uomo, per ritornare in quel posto ristretto,a poche decine di metri dalla riva per divertirsi,per crogiolarsi sotto il sole e per nutrirsi dei banchi di novellame e dei cefali, che nella stessa stagione si ammassavano sotto il litorale.
Le avevo pescate occasionalmente, insidiando, con la barca e col pesce vivo a lentissima traina le ricciole.Non mi era mai capitato, però di eguagliare in quanto a peso e misura il record di Carmelo: 28,5 chilogrammi di leccia…pescata dalla riva! Si poneva la sfida: non potevo trascurare di pescare anch’io la mia brava leccia gigante dalla riva , con attrezzatura, surdimensionata, da Surf-Casting.
Una grande sfida sportiva!
E’ davvero una disciplina mirata e durissima che volli mettere in esecuzione, non appena trovai la giusta combinazione di potere disporre di almeno due giorni consecutivi di tempo.Si,perché la stupefacente preda occorre meritarsela e non è detto che si conceda.
Innanzitutto,pescarla dalla riva,non è più facile come semplicisticamente potrebbe sembrare.Infatti con la barca,pur necessitando di notevole disponibilità di tempo, sei facilitato, in quanto te le vai a cercare al largo “sul posto” dove hai la quasi certezza che prima o poi passeranno.Dalla riva,pur scegliendo la postazione,dove statisticamente ha rilevato l’accostamento di questi pesci spettacolari, non hai le stesse possibilità di vederle e “sentirle” accostare , in quanto l’attività predatoria di questa specie, viene”distratta” dal continuo spostamento dei banchi di pesce,disorientati dalle continue aggressioni .Così può verificarsi una serie di clamorosi cappotti perché le lecce sono state attirate altrove.
Carmelo, grande cacciatore di ,mi si perdoni il termine, ma data la preda,… dedica a questi predatori annualmente un’intera stagione e detiene il primato numerico di catture per ogni anno di attività oltre che il record indiscusso per la cattura più grande.Probabilmente quando mi telefonò, pensava, che come al solito in questo periodo avrei preferito la mia “comoda” barca e l’insidia alle ricciole.Invece mi ero “preparato”.Avevo acquistato una stupenda ripartita in due pezzi da quattro metri,canna da pesca che non mi sarei mai sognato di comprare per le mie normali battute di surf-casting e mi ero confezionato delle parature a tre ami specifici per questo tipo di pesca, ben conoscendo le strane e feroci abitudini di questi grandi predatori.
Al mattino,all’alba,dalle dighe artificiali frangiflutti ero già in postazione per catturare dei cefali dorati che dovevano servirmi da esca.
Lanciavo la mia pastura a base di sarda macinata e pane raffermo ammollato a tiro di canna,dotata di galleggiantino e due minuscoli ami innescati con pastella bianca e questo perché non potevo correre il rischio di ferire gravemente le mie prede-esca che dovevo mantenere vitali per offrirle appetibili, al grande predatore.
Dopo qualche ora, mentre il sole cominciava a farmi sudare, avevo catturato quattro cefali da 300 a 600 grammi l’uno che avevo sistemato in un grande secchio accessoriato di ossigenatore a batteria.
Potevo quindi iniziare la mia grande avventura!
Ci salutammo con Carmelo nella posta convenuta e mentre questi mi guardava sorridendo maliziosamente, innescai un cefalo guizzante con rapida maestria e lo “liberai”,si fa per dire,nell’acqua.Subito rivitalizzato dal suo ambiente intraprese,disinvolto ma disorientato la via del largo trascinandosi dietro un leggerissimo quanto visibile galleggiante di polistirolo e circa cinquanta metri di lenza messa accuratamente in bando.
Il mulinello,un grosso “bobina fissa”,era questa la novità,(Carmelo pescava con un rotante di media dimensione) aveva la frizione completamente allentata e l’archetto aperto, in modo che l’esca,navigando,potesse prendersi , con la massima libertà quanto filo volesse.
Ad un certo momento,il galleggiante si fermò:
-“Il cefalo si è stancato”-pensai,ed attesi ancora qualche istante per vedere se riprendesse il suo percorso,ora a circa settanta metri dalla riva,aveva iniziato a muoversi parallelamente alla costa.Niente, vidi il galleggiante affondare lentamente,una volta,…due volte…:
-“Sta cercando di guadagnare il fondo”-
Quindi si fermò nuovamente per poi riprendere con energia, la sua nuotata,ma più velocemente…con più energia…si tirava con velocità il galleggiante….un balzo fuori dell’acqua…una grossa bollata…e…il galleggiante si fermò uscendo di scatto, completamente dall’acqua…fermo.
-“Che sarà successo?”-
Mi chiesi senza perdere d’occhio il segnale, che continuava a non dare alcun segno.Dopo qualche minuto in cui mi balenarono per la mente le congetture più stravaganti, perdurando quella stasi,mi convinsi che sarebbe stato meglio controllare l’esca.Chiusi l’archetto,strinsi leggermente la frizione e cominciai a ritirare avvolgendo il filo nella grande bobina.La paratura veniva senza particolare resistenza ,sino a riva. Raccolsi la lenza., la osservai e notai quello che era rimasto del cefalo:la testa ed un pezzo di schiena, il resto era stato letteralmente tranciato, mutilato da un taglio netto, arrotondato.
-“Sicuramente un serra,la leccia farebbe ben altri scherzi”-borbottai,mentre pulivo la paratura,prendevo un altro cefalo,il più grosso, e lo innescavo alla stessa maniera;quindi,lo lanciavo a mare accompagnandolo con la mano e con la canna.
Anche questo pesce si sentì libero di prendere il mare e seguì una traiettoria di traverso, verso il largo,sbobinando costantemente una buona quantità di filo.
Lo seguivo assiduamente, iniziando una lenta passeggiata dalla riva, in modo da mantenere, tra la canna e l’esca sempre la minima distanza ed evitando che il filo, in bando , formasse dei pericolosissimi archi nell’acqua.
Anche questa volta il galleggiante sprofondò sparendo per qualche secondo,riemerse e risprofondò per non riemergere più.
Chiusi l’archetto, strinsi con prudenza la frizione e cominciai ad avvolgere.
Qualcosa aveva abboccato,ma capii subito che non era una leccia,sebbene il galleggiante quando riaffiorava, corresse in superficie sollevando spruzzi di schiuma. Quindi un balzo fuori dell’acqua e
intravidi la preda:era proprio un serra!
L’attrezzatura mi permetteva di tirarlo con sicurezza,ma temevo per la sua tremenda dentatura,avrebbe potuto in un nuovo balzo tranciare il finale in un attimo!Saltò ancora fuori dall’acqua,dimenando la testa e la coda e fu allora che tentai il tutto per tutto iniziando il recupero “di forza”.
Lo tirai a riva,aveva ancora una volta mutilato il grosso cefalo, ma dall’esterno,era rimasto allamato vicino alla bocca da un piccolo amo portante! Non avrebbe quindi potuto tranciare il filo.
Mi ritenni veramente molto fortunato e mentre lo slamavo con le cautele del caso ne stimavo il peso: tre chilogrammi.
Ebbi un piccolo pentimento per non avere portato i finali in cavetto d’acciaio, che avevo sperimentato positivamente a traina di grosse lampughe, ma la pazienza e la costanza del “vecchio pescatore”prevalsero sulla temporanea incertezza: occorre pure dare qualche chance alle prede!
Ero grondante di sudore,la tarda primavera, annunciava un’estate caldissima e torrida.Mi rinfrescai con l’acqua minerale,asciugandomi subito dopo,mentre per la terza volta, un nuovo cefalo “prendeva” disinvoltamente il largo e questa volta il galleggiante si fermò a circa venti metri, quindi sprofondò sott’acqua,per poi risalire , ma dopo qualche secondo rividi il cefalo saltare fuori dall’acqua disperatamente, mentre più avanti,di fronte a lui, si formò una grande bollata,proprio dove l’esca finì la sua corsa.Un attimo dopo partì con velocità indescrivibile la lenza che sembrava non volesse fermarsi più….poi rallentò…..quindi si fermò.Chiusi l’archetto, ma lasciai la frizione lenta…appena in tempo per sentire il sibilo del cicalino del mulinello. Strinsi con la solita prudenza la frizione e sentii l’indicibile peso dall’altro capo del filo che scorreva con velocità e con forza, facendo fuoriuscire dall’acqua il galleggiante.
Qualche istante dopo si tirò sul fondo il segnale,mentre la lenza in tero sbobinava ancora e la canna si piegava di 1/3, mostrando fattivamente il suo nerbo.Strinsi ancora di qualche scatto la frizione e verificai che comunque il filo, potesse ancora farla slittare .Ritenni che, a quel punto potevo iniziare il combattimento ,che mi apparve subito ben diverso da quelli a cui ero abituato pescando dalla barca, con canne “Stand Up” di diversa struttura e con rotante da media traina.
Il pesce tentò subito di guadagnare il fondo e con rabbia e forza bruta strisciò il suo duro e lucente muso sul fondale sabbioso, tentando di svincolarsi dall’amo, per poi riaffiorare subito dopo e fuggire lateralmente.
Cercai di forzare,con lo scopo preciso di fare penetrare bene l’amo nella dura bocca e per non avere cattive sorprese ed ebbi subito una risposta di forza, come se avessi voluto sfidare chi non avrei mai dovuto.La canna si piegò con violenza e restò piegata, mentre la preda faceva descrivere al filo che emergeva dall’acqua un arco che tagliava le onde con inaudita velocità. Sentivo strattonare e veleggiare e allorquando tentavo un timido recupero,ecco sbobinarsi ancora dal mulinello decine di metri di filo.come se tenessi con la mia canna un improbabile immenso aquilone sottomarino,il pesce mi opponeva una enorme resistenza,talvolta anticipandomi, talaltra annullando in un istante il frutto di tanta fatica, come se fosse lui a combattermi per farmi stancare.
Iniziai una vera e propria corsa sulla battigia, col pesce avanti ed io che lo seguivo d’appresso,cercando di domarlo.La resistenza che opponeva era davvero infinita e cominciavo a preoccuparmi, perché nel frattempo stava per finire la spiaggia e cominciava una serie di massi frangiflutti posti sulla riviera a protezione della strada.
Avevo percorso oltre due chilometri,ora forzando, ora lasciandomi strattonare,recuperando e cedendo filo, ma infine ero riuscito a mantenere entro una distanza media di 30-40 metri dalla riva quella preda che sembrava avesse un’energia inesauribile .
Mi trovavo pericolosamente sulle pietre ed avevo da poco sciolto il raffio che avevo precedentemente legato alla cintola e che mi ero trascinato dietro per tutto il percorso.
Ora lo avevo abbandonato sulla spiaggia, perché sui massi frangiflutti, sarebbe stato un grosso impedimento Dovevo in ogni caso tentare di fare invertire la rotta del pesce, che mi stava rendendo difficoltosa ed estenuante come mai la azione di recupero.
Raggiunta quindi una postazione sulle pietre,meno scoscesa delle altre, strinsi la frizione di altre due tacche e recuperai con velocità. La canna si piegava e mi sembrò che scricchiolasse, poi mi ricordai che era nuova e che era normale che si assestasse nelle legature, sotto l’impossibile trazione.
Il mulinello era ancora in condizioni di cedere filo tramite la frizione,ma probabilmente eravamo al limite del carico di rottura.
Continuai a recuperare e a pompare il pesce, tecnica di recupero che la preda, col suo continuo veleggiare sott’acqua, mi rendeva estremamente difficile realizzare, ma infine, costretto dalle circostanze ed abbondantemente esasperato , dopo avere infilato un piede pericolosamente, accidentalmente in una buca,decisi di rischiare il tutto per tutto.
Raccolsi abbassando in avanti la canna,con la massima velocità quanto più filo potessi,per poi alzarla con tutte le mie forze.L’ottima fattura dell’attrezzo fece si che reagisse come non avevo sperato, anche in quella circostanza:si piegò paurosamente in avanti, per poi regredire con lentezza, mentre riuscivo finalmente a recuperare filo e…il pesce infastidito, invertì la rotta, improvvisamente, puntando anche questa volta sempre lateralmente, ma in senso inverso, verso la riva.
Mi sentii rincuorato e mentre cercavo di riguadagnare la spiaggia,per prudenza,allentai di qualche scatto la frizione ed il pesce ne approfittò subito per riguadagnare i metri di filo che avevo temporaneamente concesso.
Avevo finalmente riconquistato la comoda spiaggia ed ora,di corsa avvolgevo quanto più filo potessi recuperare, posizionandomi di fronte al pesce che tornava indietro.
Il mulinello non frizionava più,la preda aveva bisogno di recuperare parte delle energie perse nelle oltre due ore di combattimento.Strinsi ancora la frizione ,mentre le braccia mostravano i muscoli tesi e doloranti, mentre una forte fitta mi morsicava l’addome.Il sole era già alto e mi trovavo in un bagno di sudore.Forzai ancora e finalmente riuscii a tirare verso di me una grossa massa ribelle che tentò ancora una volta di riprendersi il “suo” filo, ma questa volta inesorabilmente avvolsi con forza agendo sull’intera struttura della canna….il pesce veniva ….cominciai,finalmente, a pompare
Mentre ad ogni concessione di tensione corrispondeva un costante tentativo di fuga che però diveniva sempre più blando.
-“Meno male”-pensai-“perché altrimenti, fra poco avrei dovuto cedere io!”-
Cedeva con lenta gradualità ed avevo recuperato il raffio che mi seguiva trascinandosi sulla sabbia. La portai a circa cinque metri e riluceva splendente sotto il sole, dimostrando ancora una inesauribile vitalità .Cercò ancora di effettuare una fuga, ma la bloccai con l’elasticità della canna che avrebbe voluto scivolarmi dalle mani. Si diresse con la testa verso la riva,disorientata,e mentre si stava girando per tentare un’ultima disperata fuga, la raffiai sul dorso,bagnandomi sino alla cintola,vicino alla testa e fui aiutato in questo dal suo improvviso scatto laterale che facilitò l’ingresso della punta del raffio in uno dei punti migliori per quest’ultima incombenza.
La sollevai infine con fatica dall’acqua,reggendola anche per la coda e la sistemai sulla spiaggia.
Deposi la canna ed il raffio e mi distesi anch’io per qualche istante sulla sabbia, sfinito, accanto alla mia superba preda che ancora respirava aria dalle branchie e di tanto in tanto smuoveva la coda e la dorsale in un impossibile ultimo tentativo di fuga.
-“Sei mia!-”urlai, mentre trovavo ristoro bagnandomi nell’acqua salata.
Quindi scorsi la sagoma di Carmelo che reggeva sulle spalle una grandissima leccia,l’ennesima! Si avvicinò e mi disse:
-“Vediamo chi l’ha pescata più grande!”-
Aveva vinto la sfida,ma tra noi appassionati di mare e di pesca la posta è sempre aperta e prima o poi,pescherò dalla riva come Carmelo la grandissima leccia di oltre trenta chili, battendo il suo record!