“OSSA VERDI”
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Le gambe, ricoperte dalle punture delle sanguinarie sarapiche, mi prudevano insistentemente.

Il fastidio era accresciuto dalle pagliuzze che con il sudore si erano appiccicate alla pelle dei miei arti inferiori durante l’attraversamento del campo di mais attraverso il quale ero passato nel malsano intento di abbreviare il tragitto di ritorno dal canale alla macchina.

Il sudore mi colava copiosamente lungo il collo e la camicia, bagnata dai miei umori corporei, era da strizzare ed aderiva al corpo tirando sotto le ascelle.
Persino gli occhiali che avevano le lenti cosparse di polvere e moscerini, contribuivano alla mia sofferenza.

Accidenti a me ed alla pesca! Sarebbe stato meglio che, come tutti le persone comuni, fossi rimasto a letto fino a metà mattinata e uscito verso le 10, avessi acquistato il giornale e fossi sceso in spiaggia a bearmi delle chiare e fresche acque, dei tonici raggi del sole, degli interessanti discorsi dei vicini di ombrellone e dei contenuti dei vari bikini che sfilavano sull’arenile.

Però, dato che le acque del litorale non erano proprio chiare, che strane macchie ed eritemi vari sulla pelle dei patiti dell’abbronzatura lasciavano seri dubbi in merito all’effettiva tonicità dei raggi solari, che i discorsi dei vicini d’ombrellone vertevano esclusivamente su pettegolezzi circa l’assente di turno, sulla campagna acquisti delle squadre di calcio e su altre stronzate di genere idiota e che, data la presenza di fidanzata e suoceri non sarebbe stato salutare seguire gli ancheggiamenti delle indossatrici di bikini, avevo preferito optare per una battuta di pesca ai persici trota nelle acque della bonifica palustre maremmana.

Armato della mia vecchia, ma ancor oggi inimitabile Abu 351 corredata dell’instancabile Cardinal 44 imbobinato con nylon dello 0,25 e con in tasca una scatoletta di sperimentatissimi Rapala, pochi rotanti e qualche altro artificiale di varia foggia, avevo eseguito il primo lancio poco dopo il sorgere del sole.

Giunto a mezzogiorno, avevo contato appena un paio di attacchi: il primo di un persico trota di buona taglia che con una piroetta era riuscito a liberarsi dell’ancoretta del minnow ed il secondo di un luccetto di poco più di mezzo chilo che avevo prontamente liberato e rimesso in acqua.

Le avevo tentate proprio tutte, sondando ogni posizione, ogni anfratto del sottoriva e tutte le ramaglie che potevano costituire una tana per i black bass con tutti gli artificiali in mio possesso; avevo eseguito recuperi lenti, variati, veloci, a galla, a fondo ed a mezz’acqua ottenendo soltanto l’ennesima conferma della lunaticità dei boccaloni: quando decidono di non attaccare non c’è niente da fare se non continuare fino al momento in cui, improvvisamente e senza alcuna apparente spiegazione, decidono di dare il via alle danze.

Forse avrei dovuto insistere, attendendo il momento buono, ma non ce la facevo più e con rassegnazione venni via.

Giunsi alla macchina posteggiata su uno spiazzo assolato a lato della strada sterrata e, aperto lo sportello, pocò mancò che venissi ustionato dalla vampata di calore che fuoriuscì dall’abitacolo.

Spalancai tutte le portiere ed i finestrini e dopo una decina di minuti mi feci coraggio ed entrai nell’auto.

Sentii la pelle delle cosce attaccarsi allo sky del sedile e bestemmiai quando mi scottai le mani impugnando il volante arroventato.

Quando raggiunsi il paese, dato che mancava ancora un’oretta all’orario del pranzo. Decisi di fermarmi a bere qualcosa.

Mi recai al bar del circolo nautico, sul molo di levante del porto canale.

Bevvi, come raccomandato dai migliori gastroenterologi, una Coca ghiacciata che ebbe effetti devastanti sul mio stomaco digiuno.

Per smaltire il veleno appena ingurgitato decisi di fare due passi verso l’estremità del pontile, ormai spopolato, causa l’ora tarda, da ogni ragazzino dedito alla pesca delle bavose e dei ghiozzi ospitati negli anfratti dei piloni.

Giunto sullo slargo dell’estremità del molo, poggiai i gomiti sulla balaustra e mi misi ad osservare il litorale.

Lo sguardo andò alla ricerca della sagoma dell’Elba che rimaneva però nascosta dalla cappa di caligine.

Scorsi però Punta Ala e, più distinti perché più vicini, i promontori di Roccamare e Punta Capezzolo.

Con lo sguardo zoomai a ritroso lungo la spiaggia e le acque antistanti; esplorai la foce del porto canale fino ad osservare l’acqua sotto di me: scorsi allora una miriade di pesciolini argentati che componevano uno sciame che aveva uno spessore che andava dalla superficie fino ad un paio di metri di profondità.

Improvvisamente notai un bagliore che portò lo scompiglio tra le fila dei pescetti.

Pensai ad una spigola ma mi dovetti ricredere perché di lì a poco notai altri lampi subacquei e, poco più al largo, i pesciolini iniziarono a schizzare fuor d’acqua.

Tutto quel trambusto voleva dire che la massa dei bianchetti era aggredita da un branco di predatori, seppur di medio piccole dimensioni.

Poteva trattarsi di sugarelli o sgombri della cui presenza ero a conoscenza avendoli più volte pescati dalla barca nel mare antistante ed a non eccessiva distanza dalla costa.

Non volli farmi scappare l’occasione e corsi alla macchina a prendere canna, mulinello ed artificiali.

Se la mia attrezzatura era valida per i lucci ed i persici trota lo sarebbe stata altrettanto per permettermi di catturare almeno quei predatori marini che, a traina, attaccano le stesse esche.

Montai la canna ed il mulinello ed estrassi dalla scatoletta un Rapala piombato da 7 centimetri, color argento.

Certo, il nylon dello 0,25 non era il massimo per permettermi di raggiungere la distanza desiderata.

Ma sia forzando il lancio sia avvalendomi del fatto che il molo era circa tre metri più alto della superficie dell’acqua, riuscii a proiettare l’esca ad una ventina di metri al largo.

Al terzo recupero sentii un’insolita tirata, più che altro un appesantimento: ferrai di riflesso ma nulla rimase agganciato.

La cosa si ripeté altre volte.

Cambiai artificiale e legai un ondulante Toby da 5 centimetri, dotato di un ancoretta di misura minore rispetto a quelle del Rapala.

Però il peso irrisorio dell’esca era del tutto insufficiente per portarsi dietro neppure una decina di metri di filo.

Avevo un’altra bobina del mulinello caricata con lo 0,12, da me usato per la pesca in passata ma che non è certamente indicato per insidiare a spinning i predatori e per di più marini, che rispetto ai loro consimili di acqua dolce oppongono, a parità di mole, una resistenza anche quadrupla.

Era anche vero che con quel filo scarsamente resistente ero più volte riuscito ad aver ragione di grossi barbi nel mezzo della corrente e persino di carpe pesanti fino a 4 volte il carico di rottura e, per di più, in acque ingombre di ostacoli.

Qui avevo un mare libero e la bobina conteneva almeno 200 metri di filo e poi l’importante era riuscire ad allamare almeno uno di quei pesci che stavano facendo man bassa delle acciughine.

Così mi decisi e legai il cucchiaino ondulante al filo della nuova bobina.

Subito, al primo lancio, si ripeté quanto già accaduto: un appesantimento, la canna piegata e poi nulla. Ritentai ma ad ogni nuovo lancio, durante il tragitto di recupero, la mia esca metallica subiva una ed anche due volte la stessa sorte.

Avrei dato chissà cosa pur di possedere in quel frangente un’attrezzatura leggermente diversa, che mi avesse consentito di praticare un altro tipo di pesca: quella con le bombe!

Sportivamente, solo perché non in possesso di dinamite, proseguii nei miei tentativi, incalzato dal rapido incedere del tempo.

Erano già le due ed a casa mia moglie, mia cognata ed i loro genitori (nonché miei suoceri) con ogni probabilità avevano già consumato sia la frutta sia tutto il loro repertorio di improperi nei miei confronti, vuoi per il ritardo che dovevo aver procurato loro nel mettersi a tavola ed anche per la preoccupazione nel non vedermi ancora rincasare.

Ma io seguitavo a pescare ed all’ennesimo lancio, forse a causa della stanchezza e della rassegnazione nel non riuscire a ferrare neanche un artefice di quegli attacchi, quando ebbi una nuova toccata non reagii, bensì rimasi fermo, senza neanche recuperare.

Passarono due o tre secondi e con stupore avvertii la presenza di un pesce allamato che, pur non opponendo grande resistenza, scuoteva ritmicamente la vetta della canna e faceva sfrizionare il mulinello.

Ci volle poco per portarlo in superficie e vederlo spiccare una serie continua di salti: era un’aguglia!

Allora capii: tutti i rostrati, quando attaccano, colpiscono prima con la loro “spada” (da questo gli appesantimenti che avvertivo in canna ad ogni tentativo di abboccata) per poi riprendere ed ingoiare la preda soltanto dopo averla vista inerte.

Forte di questa “illuminazione”, quando avvertivo l’attacco del pesce, cessavo il recupero, in modo che il cucchiaino scendesse nell’acqua come un pesciolino che, colpito a morte, cade a foglia morta.

Non che ad ogni attacco corrispondesse una cattura, ma quando trascorsa circa un’altra ora, scomparve il banco dei pesciolini foraggio e con esso le aguglie, contai dodici pesci dai riflessi verde azzurro, di lunghezza di circa 60 centimetri l’uno e con la circonferenza simile a quella di una camera d’aria di bicicletta.

Giunsi a casa ancora trepidante per l’inattesa esperienza e la mia gioia non fu guastata neanche dagli sguardi avversi dei miei familiari e dalle loro minacce di farmi digiunare.

Mio suocero, anch’egli pescatore anche se di quasi nulli risultati, fu l’unico a chiedermi lumi su quella pescata.

Mia suocera e mia cognata non mi rivolsero parola ma solo sguardi misti di commiserazione e rabbia.

Mia moglie, anche per farsi bella nei confronti dei suoi, in schietto vernacolo senese, proferì: “O vallo a piglià ‘n culo, tu e i tu’ pesci! Maurizino, te tu mi sei venuto a noia, tu e la tu’ mania d’anda’ a pescare! Per te ogni momento è bono pe’ anda’ a ‘ntingere ‘n baco in acqua”.

Sopportai pazientemente (o forse era lei che, ancor più pazientemente sopportava me) e, appena finito di cibarmi di quel che era avanzato del loro pranzo, dedicai loro tutto il resto della giornata, anche perché con il caldo che avevo patito non mi andava proprio di mettermi l’intero pomeriggio sulla scogliera, come facevo tutti i giorni, a pescare cefali con la pasta di pecorino, facendo uso della pesantissima Lerc che oggi ritengo sia stata una delle principali cause dei miei disturbi alla colonna vertebrale.

Il pomeriggio trascorse tranquillo, a parte un breve istante di tensione quando, mentre passeggiavamo lungo il porto canale, fui incenerito dagli sguardi di mia suocera e di mia cognata allorché espressi il desiderio di fermarci un po’ a guardare i pescatori di cefali fra le paranze ormeggiate.

Per farmi perdonare il ritardo del giorno, per allentare la tensione e per addolcire loro la bocca, offrii un gelato e poi, mentre eravamo comodamente seduti al tavolo del bar, dissi loro di rimanere comodi, perché sarei andato io a casa per preparare la cena.

Quando rincasarono furono stupiti nel trovare la tavola imbandita in modo alquanto ricercato, persino con un centrotavola di frutta e fiori e con due bottiglie di Vernaccia di San Gimignano belle fredde.

Inoltre un accattivante profumo pervadeva i loro olfatti.

Quando furono pronti per la cena poterono gustare, complimentandosi con me, degli squisiti tagliolini alle vongole veraci e le aguglie alla livornese.

A fine pasto, mentre da buoni toscani loro concludevano la cena con cantuccini e vin santo, io mi fumavo una sigaretta, rimirando con soddisfazione le lische verdi rimaste nei piatti, unica traccia tangibile di quella giornata.