Benedetto lavoro!
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Benedetto lavoro…

Dopo aver dovuto rinunciare forzatamente a qualsiasi velleità surfistica per tutto il lungo periodo estivo, accolsi come manna dal cielo le prime perturbazioni d’inizio autunno.
Però, in concomitanza delle prime due mareggiate, non ero riuscito a liberarmi; finita l’estate, mi ritrovavo infatti nel pieno dell’attività lavorativa.
E dire che si stava approssimando una nuova perturbazione da Sud.
Maledetto lavoro!
Mi venne incontro il destino, facendomi giungere inaspettata la telefonata di un tale che mi chiedeva un incontro a Tarquinia, località prossima alle “mie” spiagge: benedetto lavoro!
Iniziai a tenere d’occhio i vari bollettini meteo e, dopo tre giorni, ebbi la conferma: sì, per la data fatidica e per la località dove mi sarei recato, erano previsti 18 nodi di vento da S/E.
Già pregustavo la sabbia sotto i miei piedi ed il caldo alitare dello Scirocco, immaginavo le canne sui picchetti, con le vette che si chinavano lentamente e ritmicamente sotto l’azione del moto ondoso e ripassavo mentalmente i movimenti del lancio, passando anche da matto quando mi ritrovai a mimare l’azione di un ground ad una fermata del tram…….
Il mio appuntamento di lavoro era per le 11,30 di quel 20 Ottobre e così avrei potuto pescare dall’alba alle 10,30, avendo tempo sufficiente per smontare canne ed attrezzatura varia, darmi una ripulita, cambiarmi gli abiti ed andare all’incontro.
La mattina partii, portandomi attrezzatura ridotta al minimo: due ripartite con relativi mulinelli, due picchetti, un po’ di Sportenn da 125 e 150 grammi e qualche piramide di uguale peso, un paio di bobine di nylon, il filo elastico, 3 travi, ami e minuteria varia.
La mia scorta di esche era costituita da 2 scatole di americani, 2 mazzetti di cannolicchi e qualche sardina, tutte esche omaggiatemi da un amico al quale erano avanzate, ma in ottimo stato, da un’infruttuosa battuta il giorno prima.
Poco prima dell’alba ero sul posto da dove, lasciata la macchina, con un quarto d’ora di cammino sull’arenile, avrei raggiunto il mio spot.
Rimasi profondamente deluso quando, arrivato a breve distanza dal mare, non ne udii il rumore: era quasi calmo e nel chiarore dell’aurora potevo scorgere soltanto qualche ricciolo bianco a breve distanza da riva ed il brutto era che non spirava neanche un refolo di vento.
Comunque la voglia era tanta ed in ogni caso sarei rimasto in pesca solo fino alle 10,30.
Arrivai alla postazione di cui tante volte avevo calcato la sabbia.
Essendo un giorno feriale, in spiaggia non c’era nessuno. I villeggianti del vicino campeggio erano scomparsi e con loro i bagnanti e non c’era traccia neanche di pescatori.
Armai una canna con un long arm, piombo da 125 grammi scorrevole con rosario, amo del 2 innescato con un bel cannolicchio dalle carni sode e profumate rinforzato con filo elastico e lanciai ad una sessantina di metri, nel canalone che sapevo essere presente e che l’assenza del moto ondoso non consentiva di individuare.
La temperatura, ancora particolarmente mite, ed il mare quasi del tutto calmo mi lasciavano sperare nel pascolo di qualche orata che, indisturbata dai bagnanti, avrebbe finalmente potuto venire a pinneggiare in quella fossata prossima a riva, col fondo morbido e ricco di pabulum che le sole due mareggiate verificatesi fino a quel momento, peraltro neanche troppo intense, non potevano di certo aver esaurito.
Sull’altra canna montai un trave a due snodi, dal più alto dei quali derivai uno short di un’ottantina di centimetri al quale annodai un amo del 4 che innescai con un corpulento e sanguigno americano.
Azzeccai il ground, meravigliandomene perché durante tutta l’estate mi ero allenato una sola volta a lanciare, e lo Sportenn da 150 grammi volò lontano, a scavalcare il punto in cui sapevo esistere la seconda secca, aiutato dall’immobilizzazione del bracciolo sul bait clip che avevo apposto subito dietro al piombo e dallo 0,26 in bobina.
Le canne, impostate sui tubi in alluminio ben piantati nella rena, svettavano verso il cielo che, coperto da una nuvolosità omogenea, era completamente grigio.
Dopo circa cinque minuti recuperai per controllare che le esche non fossero preda dei famigerati granchi.
Il cannolicchio, che comunque sostituii, era abbastanza integro, mentre all’amo che avevo innescato con l’americano trovai attaccato un’ombrinetta che, allamata sul labbro, riuscii a liberare e rimettere in acqua senza troppi danni.
Che non ci fossero granchi in attività già era una gran cosa; avrei potuto lasciar pescare le esche con intervalli di controllo più lunghi e poi, iniziai a fantasticare, potevano non esserci perché c’erano pesci in circolazione, magari le orate…
Il fumo della sigaretta iniziò ad essere disperso da una brezza appena accennata che, col passare dei minuti trascorsi tra un lancio e l’altro, iniziò a farsi sempre più tesa.
La superficie del mare iniziava ad incresparsi e cominciava a formarsi qualche ondicella.
Che i meteorologi ci avessero azzeccato?
Adesso, i nylon che fuoriuscivano dalle vette delle canne formavano due ampie pance ed il vento incrementava la sua intensità.
Nel giro di un quarto d’ora la scena era cambiata, con il mare che da quasi piatto era divenuto leggermente mosso, formando l’onda che dalla prima secca arrivava a frangersi sullo scalino.
Cominciai a notare una certa corrente laterale, e ritenendo che mi avrebbe aiutato a tenere ben disteso il long arm, lanciai la canna armata con tale finale subito dopo l’onda più lontana.
Appena il tempo di reinnescare e rilanciare anche l’altra canna e notai che la prima aveva la lenza in bando.
Recuperai e spiaggiai una discreta ombrina sul mezzo chilo.
Lanciai entrambe le canne nello stesso punto e di lì a poco tirai a riva un’altra ombrina, grande come la prima, alla quale seguì una grossa mormora sull’altra canna.
Sia il cannolicchio sia l’americano sembravano equivalersi.
Nel frattempo fui costretto ad arretrare i reggicanne e tutta la mia postazione perché le onde andavano aumentando d’intensità e l’acqua saliva sulla spiaggia.
Adesso si notavano distintamente le due secche sulle quali rompevano le onde ed il canalone parallelo alla riva tra le due serie contigue dei frangenti.
L’onda più esterna si era notevolmente allontanata e neanche forzando i lanci riuscivo più a scavalcarla.


Lanciai tutte e due le esche, sempre un americano ed un cannolicchio, nel centro della zona senza schiuma e, nell’attesa, legai due braccioli da sessanta centimetri di lunghezza ad un trave a doppio snodo e preparai i due inneschi, uno con cannolicchio e l’altro con filetto di sardina.
Da quel momento inizio ciò che nella mia lunga attività di surfcastman non mi era mai capitato e non mi è più capitato, ma mi auguro che possa capitarmi ancora.
Una sarabanda di abboccate, di recuperi, di pesci su pesci, presi con tutte le esche a mia disposizione e tutti in un settore compreso tra i 40 ed i 60 metri da riva, quel canalone parallelo alla riva dove scorreva il fiume di quella corrente laterale capace di smuoverne il fondo, portando allo scoperto tutto ciò che i pesci aspettavano di poter cogliere.
Era iniziata con un’ombrinetta, poi due ombrine ed una mormora.
Proseguì con una spigola di quasi un chilo e mezzo sul filetto di sarda, un sarago di quasi 800 grammi cannolicchio, altre quattro ombrine intorno ai 6 etti sul cannolicchio e sull’americano, un’altra spigola più grossa della prima, di due chili e quattro sul cannolicchio, 5 mormore di taglia superiore al mezzo chilo sul cannolicchio e sull’americano.Roba da non crederci, tanto che ad un tratto mi ritrovai a sbirciare nella busta in cui avevo riposto tutto quel ben di Dio, quasi a sincerarmi che non fossi preda di un sogno.Avevo terminato l’esca e mi rimanevano solo un paio di sardine peché, per sbrigarmi, avevo utilizzato maggiormente i cannolicchi ed i vermi, più rapidi da innescare.
Preparai gli ultimi filetti e li mandai in acqua, ormai sicuro che qualche altro pesce avrebbe abboccato.Però non potevo immaginare quello che vidi di lì a poco.
Mentre slamavo e rimettevo in acqua, arrecandole il minor danno possibile, una spigoletta sui due etti, vidi improvvisi due/tre scossoni sulla vetta della Daiwa che, dopo l’ultima botta, rimase curvata e fremente in avanti, con la frizione del mulinello che, pur se abbastanza serrata, cedeva filo.
Non senza difficoltà, per la trazione esercitata dal pesce allamato, sfilai la canna dal supporto ed immediatamente sentii delle testate inusitate.
Pian piano iniziai a girare la manovella dell’Emblem che, visto l’elevato rapporto di recupero e la resistenza opposta dal pesce, mi costringeva a recuperare pompando con la canna.
Quando il pesce giunse sotto al gradino di risacca, anche aiutato dalla corrente, si produsse in una lunga filata parallela alla riva ed allora non ebbi dubbi: poteva trattarsi solo di un’orata o di un sarago, ma era comunque grosso.
Di orate veramente grosse ne avevo già prese, ma sempre con mare calmo o poco mosso ed i saraghi che avevo tirato fuori dalla risacca, compreso quello pur rilevante di quella stessa mattina, mai avevano tirato in quel modo.
Ma che bestia era mai quella?


Tra un’onda e l’altra, nella risacca, per un attimo riuscii a scorgerne la sagoma e, per la dimensione, ebbi l’impressione che si trattasse di un’orata da un po’ più di un chilo che, accidenti, quanto tirava col mare mosso!
Con la canna alta seguii il movimento del pesce, seguendolo lungo la riva ad assecondarne le sfuriate.
Ad un tratto si fermò, recuperai ancora un po’ di lenza, attesi l’onda giusta, lo forzai a cavalcarla e, arretrando, lo portai sul bagnasciuga.
L’onda si ritirò e quasi non fui convinto quando i miei occhi videro quelle striature nere sul dorso del pesce: non era un’orata, ma un sarago, veramente grosso, un padellone di dimensioni eccezionali, come ne avevo solo letto e mai visti ed aveva i denti gialli e storti come quelli di un uomo vecchio, tanto che la sua dentatura adesso fa bella mostra di se sulla mia scrivania.Quando lo pesai, fece fermare l’ago della bilancia sul chilo ed ottocentosessanta grammi.
Ancora oggi, ripensando alla potenza di quel pesce, anche se cotto sotto una crosta di sale mi diede una grande soddisfazione gastronomica, mi spiace averlo ucciso, consolandomi pensando che tanto, avendo raggiunto quella dimensione, era comunque vicino alla fine dei suoi giorni.
Pur essendo a maniche corte ero tutto sudato e mentre smontavo e riponevo l’attrezzatura sudavo ancor di più, non tanto per l’aria calda ed umida portata dallo Scirocco, quanto per l’adrenalina che mi stava circolando nelle vene.

Dopo un’oretta giunsi all’appuntamento di lavoro al termine del quale, scambiandoci convenevoli di circostanza, prendendo delle carte dal bagagliaio dell’auto, il mio interlocutore mi mostrò una canna telescopica, che riconobbi subito come un famoso modello un po’ datato, e mi spiegò che quella era una canna particolare, una canna da Surf Casting, una canna con la quale si pesca dalla spiaggia, una canna con la quale lui aveva preso mormore anche di mezzo chilo e che, per colpa del lavoro, poteva utilizzare pochissimo perché il lavoro, maledetto lavoro, gli lasciava scarsissimo tempo da poter dedicare alla pesca.
Sorrisi, pensando “Benedetto lavoro, invece, che oggi mi hai portato da queste parti” e non dissi nulla, per non dilungarmi nel discorso e congedarmi al più presto, con la fretta e l’eccitazione di giungere presto al mio abituale negozio di pesca, dove sapevo che Ali, il titolare del negozio ed anche valente fotografo, mi avrebbe scattato delle foto di cui alcune sono oggi a corredo di questo racconto di una pescata eccezionale.