Le madri
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L’umore non era il più adatto per andare a trascorrere una giornata di pesca in riva al mare.
Ci si era messo anche il tempo, in quel triste Novembre costantemente grigio e piovoso.
Certo, le condizioni meteo-marine erano le più propizie per il surf casting, ma non altrettanto idonee a rinfrancare il mio spirito, fortemente provato dalla perdita di mia madre, avvenuta da appena qualche giorno.
Avevo trascorso il Venerdì nella tristezza famigliare, nella casa che appariva ormai vuota.
All’indomani mio padre e mia sorella sarebbero andati a casa degli anziani nonni, ma io non ne avevo voglia: volevo restare da solo, solo con i ricordi del più grande affetto che la vita mi aveva appena strappato.
Decisi di andarmene su una qualche spiaggia a pescare.
Uscii e mi recai a comprare un po’ di cannolicchi da usare come esca.
Vista l’ora, riuscii a trovarne appena un mezzo chilo scarso, però molto freschi e di quelli nostrani.
Rincasai, e senza troppo entusiasmo preparai l’attrezzatura, mangiai un boccone, regolai la sveglia per le 4 e trenta del mattino e me ne andai a letto.
Tardai parecchio a prendere sonno, con la mente che vagava nel limbo dei ricordi…
La sveglia suonò ed a fatica riuscii a vincere la voglia di spengerla e rimanere a letto; mi preparai, presi l’occorrente ed uscii nella notte.
Non avevo preventivato dove andare ed automaticamente mi ritrovai sulla strada che avrei dovuto percorrere per andare verso la costa dell’alto Lazio.
Sull’autostrada mi fermai ad un Autogrill per bere un caffè e comprare panini ed acqua da portare in spiaggia.
Nell’atmosfera notturna ed umida mi inebriai dell’odore della salsedine che la brezza portava dal mare vicino.
Proseguii il viaggio, durante il quale i miei pensieri a tutto andavano fuorché alla pesca, e dopo un’oretta arrivai in zona.
Fui indeciso circa la scelta della spiaggia, anche perché non avevo avuto modo di vedere lo stato del mare.
Il vento, abbastanza debole, mi dava motivo di ritenere che non ci fosse un forte moto ondoso. Perciò, spinto anche dallo scarso entusiasmo e dalla poca voglia di camminare, optai per uno spot dove avrei potuto pescare a non più di 700 metri dal parcheggio della macchina, dove la spiaggia presentava un fondale non troppo elevato, adatto per pescarci con mare non esageratamente mosso.
Arrivato alla piazzola, accesi gli abbaglianti dell’auto ed il fascio di luce, filtrando tra le goccioline di umidità e di salmastro in sospensione nell’aria, illuminò una discreta schiuma.
Scesi dalla macchina e scaricando “armi” e bagagli, guardai ad est: nel chiarore dell’alba ormai vicina, il mio sguardo colse un cielo rosato, tipico della prima luce che filtra dalla coltre nuvolosa.
Per un attimo immaginai che lassù in alto, sopra a quelle nuvole, ci fosse mia madre che mi guardava e mi sorrideva, con la stessa espressione di quando in casa mi vedeva dedicarmi alle mie amate attrezzature da pesca; istintivamente abbozzai anch’io un sorriso e provai una strana sensazione, un misto di serenità e tristezza al tempo stesso.
M’incamminai sull’arenile, in direzione di un tratto in cui si susseguivano una punta, un canalone e la piccola foce di un canaletto di bonifica.
Arrivato al mio spot, che in varie occasioni aveva elargito tante grosse mormore, saraghi, spigole e, nella stagione calda, anche bellissime orate, inizia a preparare la postazione.
Le onde rompevano ad un ritmo ottimale ed il mare davanti a me presentava una frangenza accentuata sulla secca prospiciente la punta ed un ampio settore più calmo al centro del canalone; inoltre, a poche decine di metri avevo la foce che, col suo apporto d’acqua dolce e con qualche pescetto scaricato in mare, avrebbe agito da richiamo per le spigole.
Preparai le canne e montai uno short rovesciato su quella che avrebbe portato l’esca sull’onda più esterna e, considerando che c’era una buona corrente laterale che lo avrebbe aiutato a distendersi, un long arm su quella che avrebbe pescato nel canalone.
Innescai i cannolicchi, lanciai, impostai le canne sui picchetti ed attesi solo il tempo di una sigaretta per effettuare il primo recupero per verificare lo stato delle esche: erano integre, segno che i famelici granchi non erano in attività.
I cannolicchi, innescati con l’ago e rinforzati con alcuni giri di filo elastico, avevano retto bene al primo lancio e non era necessario sostituirli.
Lanciai nuovamente e, riposizionate le canne, iniziai a passeggiare lungo l’arenile.
Mentre camminavo, la mia mente rimuginava pensieri poco allegri, ricordi infantili, momenti belli ed altri meno; tutti episodi della mia vita con mia madre.
Tornai lentamente verso la postazione di pesca e, sempre assorto nelle mie meditazioni su quante grosse fregature ci riserva la vita, mi sedetti su un tronco d’albero reso liscio dall’acqua e dalla sabbia, accesi un’altra sigaretta, e col coltello mi misi ad incrementare le incisioni, fatte di iniziali e numeri, che decoravano la superficie del legno.
Mi sentivo a pezzi ed iniziavo anche a provare un certo senso di imbarazzo, quasi di vergogna, per essere lì a pescare ed a godere della natura in quello stesso momento in cui qualcun altro non poteva più esserci.
Pensai di smontare tutto e tornarmene a casa, chiedendo mentalmente scusa a mia madre per il mio comportamento.
Una voce dentro di me si contrappose a tale pensiero, dicendomi che tanto non avrei potuto cambiare ciò che era ormai accaduto e che, anzi, mia madre sarebbe stata felice nel vedermi a pesca, sapendo che era la cosa che più di ogni altra desideravo fare.
Recuperai una canna, sostituii l’esca, rilanciai e feci altrettanto con l’altra.
A quel punto realizzai che era già da più d’un ora che stavo pescando e mi stupii del fatto che, col mare in quelle condizioni ottimali, non avessi ancora preso nemmeno una mormora e neanche avuto un cenno d’abboccata.
Iniziai a pescare con maggior attenzione, cambiando montature e direzione e distanza dei lanci; provai terminali più sottili, indossai l’impermeabile perché per una ventina di minuti si mise a piovere e passai così un altro paio d’ore, senza vedere la minima toccata.
Mi chiesi a che ora fosse la marea e mi risposi che tanto, con le ottime condizioni marine che c’erano, non sarebbe stato così determinante pescare a cavallo del punto d’acqua.
Spostai una delle due canne in prossimità dello sbocco in mare del canale, proprio nel punto in cui la corrente d’acqua dolce contrastava col moto ondoso e mi rimisi in speranzosa attesa.
Passò altro tempo, ma sempre senza alcun segnale.
Avevo fatto fuori i due panini comprati all’Autogrill, quasi esaurito la bottiglia d’acqua, iniziato un nuovo pacchetto di sigarette e, come esca, mi rimanevano sì e no una decina di cannolicchi, peraltro i meno belli, dato che avevo iniziato ad innescarli partendo dai migliori.
Guardai l’ora e vidi che si erano fatte quasi le undici.
Stava avanzando un fronte nuvoloso scuro che non prometteva niente di buono e così preventivai che di lì a mezz’ora avrei smontato, in modo da fare in tempo a raggiungere a pranzo ciò che rimaneva della mia famiglia.
Pensai che non era stata una buona decisione quella di essere andato a pescare: avevo trascurato i miei famigliari in quella particolare circostanza che stavamo vivendo ed in più, non che me ne fregasse poi molto, forse avevo dato l’impressione di non essere molto toccato dalla scomparsa di mia madre.
Pensando questo, iniziai a riassettare le cose, quando mi sembrò di scorgere un movimento della vetta di una delle canne.
Era quella che recava la lenza armata con uno short rovesciato, lanciata oltre l’ultimo frangente.
Mi fermai, andai vicino alla canna e mi misi ad osservarne con attenzione la cima.
Sembrava muoversi lievemente, quasi un lento sussulto appena abbozzato, ma non accennava minimamente a piegarsi con decisione.
Pensai che poteva trattarsi del movimento causato dalle onde sul filo, che magari non avevo notato precedentemente.
Smisi di guardare la canna e tornai a sistemare lo zaino.
Fu la sensazione di un attimo a farmi voltare: vidi la lenza in bando, piegata a favore di vento a formare un’ampia pancia.
Mi alzai di scatto e corsi a sfilare la canna dal picchetto.
Recuperai alcuni metri di filo, prima velocemente e poi sempre più piano, finché avvertii dapprima un peso e poi una testata che non lasciò dubbi: pesce!
Iniziai il recupero della preda allamata che a volte si impuntava e poi, evidentemente nuotandomi incontro, allentava la resistenza.
Giunto vicino a terra, aiutato dalla corrente laterale, il pesce compì una lunga filata parallela alla riva, che assecondai seguendone il movimento.
Dopo poco fu sotto al gradino di risacca.
Attesi l’onda giusta e poi, forzando con la canna di lato per evitare deleterie angolazioni della lenza che avrebbero potuto causare la fuoriuscita dell’amo, feci scivolare il pesce fin sul bagnasciuga.
Era grossa, probabilmente più di 3 chili, proprio una spigola bellissima.
La presi per la coda e la sollevai, portandola al sicuro lontano dall’acqua.
Alzandola, la sentii pesante, un po’ troppo per la sua lunghezza.
La slamai facilmente perché il beack dell’1 aveva fatto presa proprio sul labbro superiore e la osservai con attenzione: il colore era iridescente, la pinna dorsale eretta metteva in risalto i minacciosi raggi spinosi, come altrettanto pericolosi erano i lembi degli opercoli branchiali.
Era bellissima, ma stranamente tozza e panciuta.
Si trattava di una femmina gravida, col ventre ricco di uova che avrebbero potuto generare decine e decine di altre spigole come lei.
Per riporre il pesce, presi dallo zaino un sacchetto di plastica e notai che recava il nome di un negozio in cui avevo più volte accompagnato mia madre.
Fu un attimo.
Un turbinio di pensieri mi attraversò la mente.
Mia madre che non c’era più, io che ero suo figlio, lei che mi aveva dato la vita portandomi in grembo, la spigola che era gravida, la spigola che era una madre, io che sentivo la mancanza di mia madre, io che stavo uccidendo una madre…..
Tornai sulla riva, e incurante dell’acqua che mi salì fino alle ginocchia, deposi il pesce nell’acqua.
Stava di fianco, quasi esanime, boccheggiando lentamente.
Provai un senso di disperazione nel vedere che, ancora una volta, una vita stava finendo tra le mie mani.
La presi per la coda e sorreggendola sotto il ventre, iniziai ad ossigenarla, muovendola avanti e dietro per farle entrare acqua nelle branchie.
Un primo sussulto del grosso pesce, poi un secondo e poi altri scossoni sempre più forti e ripetuti: era salva, si era pienamente ripresa!
Aprii la mano e, libera di muoversi, la spigola sparì tra le onde.
Ero pervaso da un senso di beatitudine, di calma e di gioia, per aver reso al mare ed alla vita quel che io non ho mai potuto riavere.