“SURF CASTING: UN SOGNO!”
PDF Stampa E-mail

Il rivolo d’acqua che dal collo del lacero e malchiuso impermeabile, seguendo il tortuoso percorso spalla – ascella, colava sino ad inzupparmi il fianco destro, non accennava a fermarsi; per giunta l’infiltrazione era agevolata dal forte vento di scirocco ad ogni folata più intensa faceva svolazzare il bavero del mio “pastrano” aprendo gli argini di quello che mi appariva un fiume in piena che impetuosamente ed impietosamente allagava il mio corpo. La pioggia mi aveva costretto a togliermi gli occhiali, per cui l’osservazione delle vette delle canne mi era alquanto problematica ed il disagio della mia scarsa vista era accresciuto dal fatto che dovevo tenere gli occhi socchiusi per cercare di sbarrare la strada a tutto ciò che il vento cercava di infilarmi negli occhi. Ero in pesca dalle 6,30 del mattino, su quell’arenile raggiunto dopo un’ora e mezza di macchina ed una camminata di circa due chilometri lungo la riva del mare. Avevo saputo fin dal risveglio a cosa sarei andato incontro: nel buio della notte, guardando dalla finestra, avevo visto cadere insistentemente una fitta pioggia e piegarsi i rami degli alberi sotto la spinta incalzante del vento. Lo stato del mare era quello che i metereologi definiscono “molto mosso”, ma per le caratteristiche di quel litorale era la migliore condizione che un surfcaster potesse augurarsi. L’acqua, dato che la mareggiata era ancora in fase montante, era pulita ed il moto ondoso ed il vento da sud ne avevano fatto alzare la temperatura; le onde rompevano a circa un’ottantina di metri da riva e perciò era abbastanza agevole lanciare le esche al di là dell’ultimo frangente, in quel punto in cui il contrasto fra corrente primaria e secondaria scava la sabbia del fondo, portando allo scoperto vermi, molluschi e micro organismi che costituiscono un lauto banchetto per i pesci che, pertanto, avrebbero sicuramente pascolato in loco. La mia attrezzatura era composta da quattro canne, corredate secondo specifiche esigenze. La Daiwa supercast, con rotante Daiwa Millionaire da 12 lbs. portava in pesca un armatura composta da un long arm da un paio di metri di nylon del 30, armato con un amo Aberdeen del 4 che era innescato con un freschissimo cannolicchio. Il piombo, un Rocco top da 150 grammi, portava e manteneva il tutto oltre la linea dei frangenti. La Browning Titan Tournament con mulinello Penn 970 Mag, aveva la stessa montatura della Daiwa, eccezion fatta per l’amo che, essendo innescato con il filetto di sardina, era della misura 3/0. Anche questo innesco lavorava sulla stessa linea del cannolicchio, ma più a valle di corrente, in modo da essere il primo a trovarsi di fronte alle potenziali prede lungo la loro rotta di pascolo. La Mitchell Strong, modificata per abbinarla al rotante Shimano Mag Triton da 20 lbs. lanciava, con l’utilizzo di una piramide da 150 grammi, un pater noster a 2 ami a becco d’aquila del numero 1 innescati uno con cannolicchio e l’altro con bibi che esercitavano la loro azione proprio nel mezzo della turbolenza, alla ricerca dei saraghi. La Mitchell Marine con mulinello Mitchell 498 recava una montatura composta da un calamento short rovesciato che, su un amo 3/0 innescava un’anguillina viva, posta in pesca proprio sotto lo scalino di risacca, nell’esagerata speranza di indurre all’abbocco una spigola degna di tale nome. Erano circa due ore che le esche, controllate e sostituite ad intervalli più o meno frequenti e regolari, si trovavano in acqua. Ma le vette delle canne rimanevano pressoché immobili, scosse soltanto dal forte vento. Le mormore, in quel tratto solitamente presenti in buon numero, di ottima taglia e sempre ben disposte ad ingoiare un bel boccone di cannolicchio, brillavano per la loro assenza e di altri pesci neanche a parlarne. Mi rammaricavo che, essendo anche seguace della dea Diana, non avessi optato per il fucile anziché per le canne, dato che da quando ero sul posto mi erano passati a tiro diversi branchetti di anatre e trampolieri. Vari pensieri si rincorrevano nella mia mente e, fra i tanti, uno andò a mio padre e lo immaginai mentre nel letto caldo e riparato da un soffice piumone immaginava a sua volta me e, commiserandomi, sghignazzava beffardamente. Fu a quel punto che il mio sguardo vagante nel vuoto si soffermò sul fusto azzurro della Supercast e ne scorse un quasi impercettibile tremolio della vetta arancio fluorescente. Con fare indifferente e scaramantico mi avvicinai alla canna, la sfilai dal reggicanna e misi il filo in tensione. Non avvertii né strattoni né grossa resistenza ma soltanto un peso un po’ anomalo. Alla fine del recupero portai a riva la prima preda della giornata: un rombo di circa mezzo chilo che mi infuse nuova voglia di pescare. Reinnescai un cannolicchio e lanciai nella stessa zona della cattura. Rimisi la canna in posizione e mi accinsi al controllo delle esche delle altre canne, ad eccezione dell’anguilla viva che per la sua vitalità e per il fatto di essere appetita solo da grossi predatori non abbisognava di cure particolari. Tutte le esche risultavano integre e ciò, anche se era sinonimo di inattività alimentare dei pesci, denotava l’assenza dei granchi, famelici distruttori di esche. Sostituii il cannolicchio già innescato all’amo superiore del Pater Noster con un Bibi da 5/6 centimetri, rinsaldai con alcuni giri di licra il filetto di sardina e mi rimisi in paziente attesa. Ancor oggi non sono in grado di dare una spiegazione logica a cosa trasformò quella giornata fino a quel momento di sofferenza in una delle migliori pescate della mia lunga attività in riva al mare. Era iniziata con il rombo, proseguì con tre grosse mormore allamate una di seguito all’altra e mentre ero intento a slamare l’ultima, vidi la vetta della Strong piegarsi repentinamente, subire tre o quattro scossoni e poi rimanere curvata mentre, gracchiando, la frizione del mulinello cedeva filo. Stavolta corsi più che potei ed appena impugnata la canna avvertii la trazione rabbiosa di quello che si dimostrò un “denti gialli” di tutto rispetto: il bibi aveva svolto il suo compito nel migliore dei modi ed ora potevo soppesare compiaciuto quel saragone da un chilo e mezzo. Altre quattro mormore, di quelle da doppia porzione che solo quel litorale sa dare, si aggiunsero alle prede già salpate, con l’intermezzo di una spigolotta di una mezza chilata di peso che si era lasciata sedurre dal filetto di sardina. Non sentivo più né la pioggia e né il vento e provai addirittura una vampata di calore quando vidi allentarsi improvvisamente il filo della Marine e la vetta prima allentarsi per poi essere scrollata ripetutamente e con violenza mentre la frizione gracchiava piacevolmente: era la canna che teneva in pesca l’anguilla viva! Tolsi il cicalino, frenai la bobina con il pollice, impugnai la canna, misi in tensione il filo e subito, all’altro capo della lenza, si scatenò una furia e fui costretto a lavorare di frizione e di canna per aver ragione della bestia che, allamata quasi sotto riva, conservava integre tutte le sue energie. La reazione del pesce, fatta di improvvise fughe e filate laterali, era resa ancor più forte dalla corrente che agiva sotto al gradino di risacca e sarebbe stato pericoloso tentare di forzarla. La lotta mi sembrò non aver termine e nella memoria di qualsiasi pescatore quei minuti sembrano un’eternità. Quando per un attimo non sentii più la tensione, ebbi paura che si fosse slamata o avesse rotto; ma recuperando velocemente riguadagnai il filo che il pesce aveva allentato con una rapida accostata. Ebbi ancor più paura quando, aggallata su di un fianco, la vidi: era veramente enorme. La bocca spalancata, molto più grande di un pugno, lasciava intravedere il terminale che ne fuoriusciva e sul quale era scorsa l’anguilla-esca che altalenava davanti al muso della spigola. Sempre mantenendo il filo in tensione, abbassai la canna ed aspettai il momento propizio. Aiutato dalla spinta di un onda, indietreggiai, facendo superare al pesce il gradino di risacca e, facendolo scivolare sul fianco, lo arenai sul bagnasciuga. Feci 5/6 passi e le fui sopra. Le infilai il pollice in bocca e l’indice nella branchia e, mentre ancora si dibatteva, la sollevai: la giudicai sui 5 chili abbondanti. Mi ritenni appagato ma fui ulteriormente soddisfatto quando recuperando le altre canne per smontare tutto, far fagotto ed andarmene, trovai allamati una spigoletta sui tre etti alla Titan ed un sarago di mezzo chilo alla Strong. Avevo in carniere sicuramente più di 10 – 12 chili di pesce pregiato: un buon valore economico che mi aveva ripagato anche le spese della benzina e dell’autostrada.. Il cammino di ritorno alla macchina che mi attendeva a due chilometri di distanza non mi parve granché faticoso, spinto com’ero dall’entusiasmo e, più praticamente, dal vento che mi soffiava alle spalle. Giunto vicino al bar ristorante in riva al mare sul piazzale del quale si lasciavano le auto, passai davanti ai pescatori che, più comodamente di me, avevano scelto di fermarsi lì vicino, onde evitare una lunga e faticosa camminata sulla sabbia ed essere riparati dalla tettoia della costruzione. Ognuno di loro, chi più e chi meno, aveva preso qualcosa, per lo più mormore, ma tutti rimasero sbalorditi alla vista del mio carniere. Qualcuno di loro si complimentò sinceramente ma altri, facendomi pensare alla favola “la volpe e l’uva”, dissero che neanche per il doppio dei pesci da me presi si sarebbero sottoposti alla fradiciata che avevo subito, costringendomi anche a toccarmi gli attributi quando dissero che con una inzuppata simile avrei rischiato la polmonite. Caricati tutti i miei fardelli in macchina e fatta manovra, mentre mi accingevo a ripartire, ne vidi un paio di quei tizi mentre si incamminavano verso il luogo della mia pesca miracolosa… Durante il viaggio di ritorno affiorò la stanchezza e non ebbi neanche la forza né la voglia di fermarmi per bere un caffè. Giunto a casa presi un po’ in giro mio padre, anch’egli pescatore, che mentre si lasciava andare a considerazioni poco prosaiche circa la dimensione del mio fondo schiena, si offrì volontario per la pulitura del pesce. … il fastidiosissimo suono elettronico della radio sveglia mi destò di soprassalto; la spensi con violenza e mi alzai di scatto ed inciampando nell’attrezzatura preparata la sera precedente mi recai alla finestra per visionare la situazione meteorologica: la pioggia cadeva insistentemente ed i rami degli alberi si piegavano sotto la spinta incalzante del vento…