ORATE FRATES
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Il mare calmo ed affollato di bagnanti sconsigliava, nel modo più assoluto, qualsiasi velleità surfistica.Il continuo via vai di scafi di tutte le stazze rendeva impossibile eseguire passate corrette nelle acque del porto canale alla ricerca dei sempre più smaliziati cefali stanziali.L’incrociarsi delle imbarcazioni della flotta vacanziera impediva la traina.Volendo dedicarsi alla cattura dei pescetti che popolavano la scogliera frangiflutti antistante lo stabilimento balneare, lo si doveva fare in un contorno di bambini curiosi, schiamazzanti e specializzati nell’urtare e pestare le attrezzature che i pescatori, amanti della tranquillità, tenevano in terra a propria portata di mano e, purtroppo, di piede dei fanciulli.Erano già trascorsi quattro dei quindici giorni delle tanto agognate ferie senza il minimo risultato alieutico.Dato che avevo deciso di dedicare ogni minuto dei rimanenti giorni all’esercizio della pesca e che proprio non mi riusciva di farlo mescolandomi nella ressa balnear-vacanziera, dovevo trovare qualche posizione un po’ isolata o quantomeno non troppo frequentata.Con improvviso ed altruistico slancio nei confronti dei desideri della mia compagna, le proposi una gita turistica alla scoperta dei dintorni; lei, ingenuamente ignara dei miei reconditi fini, accettò di buon grado e così la mattina seguente, rinunciando alla sua dose di bagni di sole e di mare, mi accompagnò nel sopralluogo.Alternando brevi soste davanti alle vetrine dei negozi di moda dei vari paesini a ben più prolungate osservazioni di scogliere, moli, cale, foci e falesie, giungemmo in un piccolo borgo dotato di un porticciolo per il ricovero delle paranze dei pescatori locali.L’acqua portuale, particolarmente limpida, lasciava intravedere il fondale costituito da sabbia inframezzata da formazioni rocciose e larghe chiazze di posidonia.Le pareti della banchina erano tappezzate di cozze fra le quali spuntavano le inconfondibili sagome delle oloturie.Il mio sguardo si fece assente e con il pensiero andai a classificare le varietà di esche che avrebbero guarnito i miei ami quando, il giorno seguente, sarei tornato in loco per insidiare le orate che sicuramente pascolavano su quel fondale: granchi, cozze, arenicole ed oloturie.La mia dolcissima e comprensiva compagna, ben conoscendomi, decifrò facilmente i miei pensieri e, rivelandosi meno ingenua di quanto l’avessi ritenuta, mi chiese se avessi finalmente trovato il posto che, coinvolgendo anche lei per l’intera giornata, avevo affannosamente cercato; un po’ sorpreso dalla sua arguzia, le risposi con il più affabile sorriso di cui fui capace.Rientrati alla base il mio altruismo nei confronti di Francesca toccò cieli eccelsi: mi offrii di accompagnarla in spiaggia per fare un bagno insieme (così, pensai, avrebbe potuto aiutarmi nella ricerca delle esche necessarie per l’indomani).
Immerso nell’acqua fino alle ascelle, spalai per un’ora e mezza e reperii una sufficiente quantità di arenicole; quindi, indossate maschera e pinne esplorai il sottoriva per rifornirmi di una decina di granchietti di sabbia; le cozze e le oloturie me le sarei procurate direttamente nel porticciolo.Alle cinque del mattino seguente ero già in posizione sulla banchina, con le due canne ai miei lati, nella trepida attesa di un’abboccata che ne facesse sussultare le vette.Ripassai a mente le montature impiegate: entrambe le canne da 3 metri e sessanta erano corredate da due mulinelli imbobinati con filo dello 0,30; il piombo sferico da 50 grammi era scorrevole e fermato al di sotto da una girella che dava attacco al finale, costituito da due metri di nylon dello 0,25. L’unica variante fra le due lenze erano gli ami: un Beack in acciaio del numero 2 per la lenza recante come esca la cozza ed un aberdeen del 4, ma a filo non troppo sottile, per l’arenicola.Avevo infatti optato per un’esca selettiva e specifica per l’orata (la cozza) ed un’altra generica (l’arenicola): quest’ultima mi avrebbe dato la possibilità di saggiare la presenza anche di altri pesci.In un momento in cui avevo gli occhi socchiusi e mi stavo beando del silenzio e della tonica azione del sole sulle mie ossa rovinate dall’umidità invernale di cui si erano impregnate nelle giornate trascorse a cacciare lungo fiumi e paludi, fui scosso dal rumore della canna di destra che strusciò repentinamente sulla banchina sulla quale era poggiata.Afferrai l’impugnatura della canna e ferrai: nessun segno provenne dall’estremità del filo.Deluso, proseguii il recupero fin quando mi ritrovai in mano il piombo e l’amo che recava i resti del succulento innesco a base di due cozze sgusciate.Chissà perché il pesce, sicuramente un’orata, aveva morso e subito rilasciato il boccone?Non persi tempo e, seppur con l’amaro in bocca, preparai un nuovo innesco.Aprii le valve di un mitile, ne estrassi il muscolo ed infilai l’amo rigirandolo un paio di volte; quindi scostai leggermente le valve di un’altra cozza, facendo bene attenzione a non ledere irreparabilmente i legamenti, ed inserii al suo interno l’amo già guarnito con la sola polpa. Rilasciai le valve che si richiusero trattenendo all’interno del frutto di mare il mollusco, recante l’amo, che rilasciava sapidi umori.Questo tipo di innesco mi era stato insegnato da un “collega” pescatore, certo Padre Venanzio.Costui era un frate che per due anni consecutivi incontrai nella stagione delle ferie in quel dell’Argentario.Egli risiedeva presso il convento che dall’alto del promontorio domina le acque antistanti Ansedonia, Cala Galera, Porto Ercole e Porto Santo Stefano.
La grande passione del frate era la pesca, che egli esercitava con profitto nelle acque dei tre porticcioli della zona, servendosi di semplici filaccioni avvolti su tavolette di sughero.Molte volte ci eravamo ritrovati sulle banchine e, nonostante che io non sia un cattolico fervente e praticante, nacque fra noi un rapporto di reciproca stima, simpatia e forse, se avessimo potuto frequentarci più assiduamente, anche amicizia.Fra’ Venanzio era un omone grande e grosso di una quarantacinquina d’anni, con una folta barba nera appena screziata di bianco che lo rendeva ancor più rude nell’aspetto, contrastando i suoi modi resi affabili anche dalla sua missione di uomo di Dio.Egli lanciava i suoi filaccioni con gran disinvoltura e poi trascorreva l’attesa dell’abboccata in piedi, leggermente discosto dalle lenze, forse per non dar modo ai passanti di accorgersi che lui, un frate, stesse pescando; ma quando, dopo l’abboccata iniziava il recupero, non pensava ad altro che al suo avversario del momento all’altro capo della lenza.Faceva scorrere il nylon fra quelle sue mani grosse e callose e quando l’orata era in secco, dopo averla posta nella federa di cuscino che usava come carniere, si sbrigava a mettere nuovamente in pesca la lenza, per iniziare una nuova attesa all’insegna dell’indifferenza che però era tale solo apparentemente.Quanti consigli seppe darmi quel frate! E quante orate ho catturato mettendoli in pratica!Passarono circa quaranta minuti e le arenicole sembrarono aver svolto la missione loro affidata: la vetta della canna tremò e poi sussultò freneticamente, quindi si inarcò per poi tornare mollemente e con mia grande delusione nella posizione iniziale.Un altro rifiuto!Se accanto a me ci fosse stato Fra’ Venanzio, sarebbe rabbrividito nel sentirmi proferire quella sequela di litanie blasfeme.Bestemmiando ancora, recuperai il terminale e quando ebbi il piombo fra le mani, mi venne da pensare al buon frate.
Forse per rispetto del suo ricordo cessai le mie frasi blasfeme e rividi la scena di quando lo vidi prendere un’orata con una lenza del tutto priva di piombo che egli riusciva a lanciare sfruttando semplicemente il peso di un innesco voluminoso quale la cozza.Tagliai il trave, sfilai il piombo e ricollegai il finale recante l’amo al moschettone.Decisi di innescare un granchietto, scegliendone uno bello vispo e di prima muta.Il problema era quello di riuscire a lanciare a sufficiente distanza quell’esca che non aveva il peso della cozza.Mi recai a prendere un caffè al bar retrostante e mi feci dare alcune zollette di zucchero.Tornai al posto di pesca e zavorrai la lenza con un paio di quei dolci mattoncini, fissandoli sul filo con un’asola e contrapponendoci un legnetto.
Il peso delle zollette era sufficiente a lanciare ed a portare sul fondo l’esca; poi, una volta in acqua, lo zucchero si sarebbe sciolto, lasciando la lenza completamente libera e del tutto priva di peso.

… La vecchia e grossa orata pinneggiava pigramente alla ricerca di cibo.Nel periodo del solleone le era difficile reperirne giornalmente in quantità sufficiente a quanto richiesto dalla sua mole.Pascolava e grufolava attentamente nelle chiazze sabbiose fra le rocce del fondo ma in circa tre ore di ricerca aveva trovato soltanto una strana cozza ed un altrettanto insolito groviglio di arenicole: le aveva assaggiate entrambe ma un’anomalo peso ed un’insolita resistenza l’avevano insospettita ed indotta a rilasciare i bocconi.Aveva parecchi anni ed era giunta alla sua veneranda età proprio grazie alla sua diffidenza, accresciutasi nel corso degli anni dalle improvvise sparizioni di tanti suoi simili.Quante compagne aveva visto, immediatamente dopo un banchetto, dibattersi forsennatamente e sparire sopra la superficie dell’acqua trascinate da una forza invisibile!Quante volte era stata derisa, lei vecchia e lenta, da giovani oratelle che nella lora baldanzia giovanile facevano a gara nel sottrarle i bocconi che lei, prima di ingoiare, saggiava con circospezione! Quante di quelle oratelle, subito dopo erano sparite dopo la loro ultima e convulsa nuotata!Però adesso la fame si faceva veramente sentire ed agognava un appetitoso boccone.Nel suo pinneggiare grufolava sul fondo, filtrando acqua e sabbia che espelleva con forza, provocando delle nuvolette che attiravano le piccole triglie, sparaglioni e ghiozzetti che la accompagnavano nel suo girovagare. Ah, se fosse stata una spigola quante prede avrebbe avuto a portata di fauci!La sua attenzione venne attratta da un tenero granchietto.Era un po’ strano che il crostaceo se ne stesse quasi immobile ed allo scoperto; ma guardandolo bene vide che gli mancavano le zampe posteriori, quelle con le quali sarebbe riuscito a seppellirsi nella sabbia e pensò che forse era rimasto vittima di qualche incidente o che fosse scampato all’assalto di qualche altro pinnuto.Lo avrebbe potuto ingoiare senza troppo dispendio di energie.Gli si avvicinò maggiormente, lo osservò con circospezione ma non riuscì a scorgere niente che potesse insospettirla, dato che l’amo era stato sapientemente celato.Con un colpo della forte coda e facendo leva sulle lunghe pinne pettorali, compì un mezzo giro su se stessa.La manovra, spostando acqua e sabbia, sollevò dal fondo anche il granchio; il lungo finale di morbido nylon ne assecondò il movimento, conferendo al crostaceo una parvenza del tutto naturale.Le sembrò tutto tranquillo ed in ordine anche quando lo spostò con una musata e ne osservò il carapace: era intatto, fatta eccezione per la mancanza dei due arti posteriori.Infatti l’amo era penetrato nel foro dove era alloggiata una delle due zampette e rimaneva del tutto nascosto all’interno del guscio.Un ulteriore crampo di fame allo stomaco la convinse definitivamente a cibarsi di quel ghiotto boccone.Lo afferrò con la sua poderosa dentatura e, nuotando lentamente, iniziò ad allontanarsi, rigirando nel mentre la sua preda in bocca.Sulla banchina, vidi fuoriuscire il filo dalla bobina del mulinello di cui avevo lasciato aperto l’archetto..Posi una mano sull’impugnatura della canna e l’altra sul mulinello.L’orata era convinta e felice che tutto fosse regolare e, percorsi un paio di metri, non avvertendo alcuna resistenza sospetta, si fermò per masticare il boccone.Lo sistemò bene fra i denti, avanzò un altro po’, si fermò nuovamente e morse con decisione.Assaporò i succhi del crostaceo, poi ingolosita dal pensiero della tenera polpa, iniziò a frantumare il guscio: le sue grosse placche ossee sbriciolavano il cibo.Avvertì un qualcosa, che non poteva essere un frammento di corazza o di chela, impigliarsi fra i suoi denti e pungergli la mandibola.Fece uno scatto ed il filo scorse veloce fuori dalla bobina.Con la mano lo frenai e ferrai decisamente.L’orata ebbe un contraccolpo ed una fitta lancinante le indolenzì la bocca.Ebbe subito un angoscioso presentimento che divenne certezza quando, pur opponendosi con tutta la sua forza a quella misteriosa forza, si sentì trascinare verso la parete verticale della banchina dove, pochi metri più su terminava il suo mondo.La frizione faceva il suo dovere e la canna, flettendosi elasticamente, rendeva vana qualsiasi sgroppata del pesce.La lotta durò parecchi minuti e quando fu nella rete dell’ampio guadino la rimirai in tutti i suoi circa sessanta centimetri di lunghezza e la stimai in circa 5 e più chili di peso.Un riflesso ne fece risaltare le fasce dorate sul muso e sulle branchie ed il mio pensiero corse a Fra’ Venanzio: forse lui non ne aveva mai presa una così grande.