Er Sor Umberto lezioni di pesca e di vita
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Un giorno di molti anni addietro mi recai, di buon mattino, a tentare i saraghi da una pocket beach incastonata tra le rocce, che - lo sapevo per certo - era un ottimo posto per tendere l’insidia a tali pesci.Il mare era quasi in burrasca , con acqua torbida e piena di materiali in sospensione.Trascorse tutta la mattinata ed alle 14 non avevo ancora preso niente ad eccezione di un piccolo sparaglione e due tracinette che si erano gettate con famelica cupidigia sull’arenicola che guarniva i miei ami.
Era stato più il tempo passato a togliere le alghe dalle lenze che quello trascorso in pesca.La risaputa validità del posto, difficilmente libero perché il migliore in quel tratto di costa, mi convinse ad insistere nell’azione di pesca, facendomi fare orecchi da mercante ai continui brontolii del mio stomaco che reclamava il pane quotidiano, facendomi sopportare stoicamente persino le spruzzate d’acqua che il vento carpiva dal violento frangersi delle onde sui vicini scogli.Di lì a poco sopraggiunse un anziano pescatore ed in lui riconobbi l’artefice di tante catture di saraghi che avevo visto effettuare in giornate precedenti.Mi sentii fiero e furbo nell’avergli soffiato la sua miniera di pesci e, rivolgendogli appena un’occhiata di sufficienza, gli feci notare che era meglio che non si piazzasse accanto a me perché non c’era spazio per due pescatori e che se proprio avesse voluto rimanere nei pressi, avrebbe dovuto posizionarsi direttamente sulla scogliera, non per scortesia, ma per evitare di ingarbugliare le lenze.
La mia gentilezza raggiunse il massimo quando, in uno slancio di altruismo, gli indicai che proprio alla fine della scogliera, sulla punta dove le onde rompevano con maggior impeto, avrebbe avuto la possibilità di realizzare un buon carniere.Egli, senza rispondermi, guardò il mare e lo spumeggiare dell’acqua, volse il viso al vento che soffiava sempre più forte e quindi, volgendo lo sguardo verso la ridicola figura che presumo gli apparvi –intabarrato nel mio impermeabile da pompiere ma non ostante ciò zuppo dalla testa ai piedi- si passò le mani sulla faccia come a voler celare l’ilarità che gli suscitai e poi con marcato accento trasteverino mi disse: “A moré, va’ a casa ch’è mejo! Oggi n’è aria; questo n’è mare da saraghi!”
Mosse la bocca in una smorfia che forse voleva essere un sorriso, si voltò e con andatura incerta scomparve alla mia vista.Pensai, ancor più soddisfatto di quando l’avevo visto arrivare, che gli fosse scottato l’aver trovato il suo posto occupato e che le sue parole fossero state un vile tentativo per indurmi a lasciargli campo libero.Me meschino! Fece buio e non presi niente, neanche più un pescetto qualsiasi: solo alghe e sporcizia.
Ma non mi dichiarai sconfitto e con caparbietà mi ripromisi di tornare allo stesso posto appena ne avessi avuta la possibilità.Dopo un paio di giorni riuscii a liberarmi dagli impegni lavorativi intorno a mezzogiorno; in tutta fretta passai da casa per cambiarmi d’abito, prendere le canne ed il resto dell’attrezzatura e la pala per scavare l’arenicola.
Lasciai un biglietto ai miei per avvertirli che avrei saltato il pranzo per andare a pescare, misi a tracolla lo zaino, infilai nel tubo di cui avevo dotato la mia moto le canne e la pala, salii in sella e mi diressi a tutta velocità verso il mare.Mi fermai alla mia cava di arenicola e spalai per un’oretta: il tempo sufficiente a farmi trovare una quantità di vermi che riempirebbero tranquillamente almeno 6 o 7 scatole di quelle commercializzate oggi.Mi ribollì il sangue quando, giunto in prossimità della scogliera, mi accorsi che dalla spiaggetta spuntavano le vette di due canne, di cui una era, per giunta piegata, dalla resistenza di un pesce che proprio piccolo non doveva essere.La mia rabbia aumentò quando vidi che “il fortunato” era proprio quell’anziano pescatore.Feci per andarmene di soppiatto onde non dargli la soddisfazione di essere stato lui, stavolta, a fregarmi il posto ma il vecchio, che già si era accorto della mia presenza alle sue spalle, slamando il sarago appena catturato e senza rivolgermi lo sguardo, mi disse: “A moré, nun te ne annà ch’oggi er mare è bono! Viette a mette qua vicino a me, che er posto pe’ due ce sta…!Rimasi di m…armo non sapendo cosa fare; ma nel frattempo egli tirò su la busta per deporvi il pesce appena slamato e, mostrandomela, mi invogliò: aveva già preso una decina di saraghi, mediamente sui tre/quattro etti l’uno.Mi avvicinai e mi accovacciai accanto al vecchio.Mi disse di montare le canne e fare le lenze col nylon del “30” perché sotto giravano quelli grossi (un sarago da mezzo chilo tira come una spigola da due). Mi disse di fare due braccioli terminali lunghi due o anche tre palmi perché la corrente non era cattiva ed il mare respirava. Aggiunse che avrei dovuto legare ami storti del 4.L’avevo ascoltato e m’era sembrato matto: la corrente non era cattiva!? Il mare respirava!? Gli ami del 4 per la mia fragile arenicola!?Però feci come mi disse e quando fui pronto estrassi con cura la cassetta di legno contenente la sabbia in cui avevo deposto i miei vermi; ma, mentre la maneggiavo, con una botta secca sulle mani il vecchio me le fece volare in acqua!L’avrei infilato sull’amo, ma prima che il mio impeto giovanile potesse esplodere, egli tirò su la sua lenza e mi mostrò con cosa aveva innescato i suoi ami: patelle! Fu solo allora che mi ricordai di aver letto che si trattava di un ottimo boccone per i saraghi, abituati a rinvenirne con frequenza nei loro habitat.Presi un paio di quei molluschi che il vecchietto mi porse e, sotto la sua guida, ne ricoprii gli ami.La pesca fu proficua: a fine pomeriggio avevo preso sette bei saraghi, ma “lui” ne catturo ben 16, di cui un paio veramente grossi, di quelli con i denti storti e gialli!Per tutta la durata della pescata non avevo proferito parola, ascoltando tutte le spiegazioni che il vecchio mi dava: lo stato, del mare, la giusta limpidezza dell’acqua, la marea montante, la fase lunare, il perché dei braccioli più o meno lunghi e rigidi, la corrente di uscita nella scia della quale calare la lenza furono nozioni che impressi indelebili nella mia memoria.Quando venimmo via dalla spiaggetta, il vecchio mi diede un buffetto sulla guancia, accese una sigaretta e me la offrì, si voltò e si avviò verso la sua 600.
Rimasi impalato ed imbambolato a guardarlo, ma poi mi scossi e lo rincorsi.Quando lo ebbi raggiunto, egli si voltò e mi guardò in modo interrogativo con quei suoi bonari occhi chiari.Allora, con la testa bassa, gli dissi una sola e semplice parola: grazie,Grazie per tutti i consigli che mi aveva fornito, grazie per avermi insegnato a pescare i saraghi , grazie per avermi dato modo di pescare accanto a lui.Grazie, soprattutto, per la solenne lezione di vita che mi aveva impartita.Da allora ho pescato tantissime volte con il Sor Umberto ed è anche merito suo se oggi, armato delle mie moderne canne ripartite in carbonio, mulinelli fissi a spire incrociate o rotanti iper, ami ad affilatura chimica, piombi aerodinamici e ad alta tenuta, fluorocarbon dell’ultima generazione, contrariamente a lui che usava le dondolanti Lerc da 5 metri in conolon, con due scrostati Ru Mer, ami usati, conservati e riusati con cura e parsimonia e candele d’auto al posto dei piombi, riesco ad avere successo in pesca, catturando saraghi ed anche spigole, orate, ombrine e mormore.Egli era un manovale in pensione, povero di mezzi ma ricchissimo di spirito. Non ha mai voluto accettare il materiale da pesca da me smesso, seppur ancora valido, e rimpiazzato con altro più attuale e costoso. Gli sembrava uno spreco spendere soldi per canne, mulinelli, fili, ami e piombi quando egli doveva fare i salti mortali per riuscire a sopravvivere con la miseria della sua pensione.E poi, diceva: “Tanto de pesci ne pijo tanti uguale!” e questo era decisamente vero.Invece gradiva moltissimo che lo passassi a cercare presso il negozio di pesca dove trascorreva gran parte delle sue giornate, per invitarlo ad andare a pescare con la mia macchina, così egli non avrebbe dovuto guidare.Fra noi c’erano più di cinquant’anni di differenza d’età, eppure con lui mi trovavo bene, più che con il mio migliore amico coetaneo.Quando cause lavorative e famigliari mi costrinsero a trasferirmi lontano dalla nostra città, fuori regione, egli pianse.E piansi anch’io quel Settembre quando, tornato a Roma dopo tre anni, appresi che er Sor Umberto, da un paio di settimane, non c’era più.