Un pesce della mia vita
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Un pesce della mia vita

 

di Maurizio “BigMau”

Castiglione della Pescaia

 

Quasi non credetti ai miei occhi, quando vidi prima tremolare e poi chinarsi decisa la vetta della canna che avevo incastrato senza troppa cura in una fenditura di uno scoglio.

Impugnai la canna e non ci fu neanche bisogno di ferrare, tanto fu immediata la trazione del pesce che aveva gradito l’innesco a base di patelle che avevo staccato dagli scogli rovinando la limetta del tagliaunghie, unico attrezzo che avevo potuto adibire allo scopo, essendo giunto in quel luogo privo di qualsiasi attrezzatura che avesse attinenza con la pesca.

Per un attimo mi isolai dal mondo terreno; ma fu solo un attimo perché lei mi fu subito accanto, esclamando “O che l’hai pigliato? O bravo il romano!”

La canna, se canna poteva essere definita, si piegava sotto le testate e le fughe del pesce, che cercavo di contrastare giocando di braccio e cedendo e recuperando la lenza con la mano sinistra.

Avevo trovato una canna telescopica in fenolico in 5 elementi, con il manico schiacciato ed inservibile e la vetta spezzata a metà.

Usando gli unici 3 elementi sani, ne avevo ottenuto un attrezzo dondolante ed instabile, lungo circa tre metri e con la vetta spezzata.

Avevo maledetto –ed allo stesso tempo ringraziato- l’incivile che aveva abbandonato tra gli scogli sia un aggrovigliato gomitolo di nylon di diametro abbastanza grande, un 35 abbondante, che avevo districato con pazienza certosina, ricavandone uno spezzone lungo una ventina di metri, sia un altro pezzo di nylon più sottile con pallini spaccati ed un amo bronzato del 6/8.

Insomma, con quegli scarti avevo realizzato canna, filo e terminale, ma il mulinello non l’avevo trovato…. Perciò, facendo di necessità virtù, mi accontentai di far passare il filo nell’anello dell’ultimo pezzo utile della canna, di tenerlo steso in terra -assicurandone l’estremità al pedone della canna- e di utilizzare la mano sinistra come riavvolgitore della lenza, aiutato in questo dalla mia conoscenza dell’uso delle attrezzature da mosca.

Avevo conosciuto Sandra nei primi giorni di quel Luglio che stavo trascorrendo in vacanza con la mia famiglia a Castiglione della Pescaia, amena cittadina della costa della Maremma toscana.

Un corpo da schianto, lunghi capelli neri ed occhi verdastri.

Non avevamo scambiato alcuna parola, ma solo sguardi furtivi, perché non trascorrevo molto tempo in spiaggia, preferendo dedicare il mio tempo ad insidiare i cefali e le spigole della Bruna od i black ed i lucci di un vicino canale della bonifica del padule.

Fu il cugino di Sandra, mentre una sera tentavamo le mormore dalla spiaggia del nostro stabilimento balneare, ad invitarmi ad unirmi alla loro comitiva. E così, attratto da quella ragazza dalle forme inebrianti, per un paio di serate ero uscito con loro, per una pizza ed un falò in spiaggia ed avevo invitato Sandra ad un’escursione in moto.

In quegli anni, la mia MV Agusta, replica quasi esatta della pluri iridata moto di Giacomo Agostini, attraeva parecchio……

Così, una mattina eravamo partiti alla volta delle Rocchette, un promontorio roccioso a pochi chilometri da Castiglione.

Con noi avevamo solo uno zaino con un paio di asciugamani, panini, bevande, maschere e pinne.

Ci arrampicammo sulla splendida scogliera naturale ed iniziammo a percorrerla.

Il percorso, per la verità non particolarmente impervio, causava comunque qualche difficoltà di equilibrio alla ragazza e non mi pareva vero di poterla aiutare invitandola a poggiarsi a me e sostenendola abbracciandola….

Giungemmo ad un punto che conoscevo bene perché méta di mie pescate e snorkeling, una sorta di piccola insenatura rocciosa, con un grosso scoglio piatto che sembrava quasi un palcoscenico posto proprio davanti all’acqua cristallina.

Però, quella mattina, proprio cristallina l’acqua non era, perché il mare “batteva” e le onde spruzzavano sugli scogli e creavano ampie schiumate e perciò non era il caso di tuffarsi.

Perciò, rinunciando prudentemente a fare il bagno, trascorremmo un’oretta raccontandoci di noi, o almeno raccontandoci quelle cose che pensavamo potessero suscitare il nostro reciproco interesse, magari qualcuna delle quali anche un po’ ingigantita se non addirittura inventata.

Poi ci stancammo di stare sugli scogli a parlare e prendere il sole, ridendo fragorosamente quando qualche ondata che frangeva sugli scogli sotto di noi, ci spruzzava secchiate d’acqua.

Così proposi di camminare un altro po’ sugli scogli, per arrivare dietro al promontorio.

Camminavamo, parlavamo, ridevamo, ogni tanto i nostri corpi si sfioravano ed io cingevo la vita di Sandra con la scusa, che peraltro lei sembrava accettare volentieri, di sostenerla.

In quei duecento metri di scogliera trovai quel rottame di canna, i fili, i piombini, l’amo….

Tornammo indietro, là dove avevamo lasciato lo zaino all’ombra di uno scoglio lontano dall’acqua.

Ristendemmo gli asciugamani, consumammo un paio di panini e poi mi misi ad armeggiare con quel che avevo trovato.

Sandra sapeva bene cos’era la pesca, perché suo padre era un appassionato pescatore, e perciò non rimase stupita più di tanto nel vedermi quasi estasiato nel cercare di rendere servibile quegli scarti che avevo raccolto tra gli scogli. Anzi, forse per ingraziarmisi, mi incitò “O gnamo….. vedi un po’ se ora te tu pigli qualcosa….”

Il pesce tirava e sentivo distintamente la sua potenza quando si scatenava in improvvise affondate.

Non puntava verso il largo, ma tendeva ad inabissarsi ed a tenere il fondo, con fughe improvvise e filate laterali.

Ebbi timore di non farcela, perché la canna non mi aiutava affatto e la mancanza del mulinello non mi consentiva di approfittare delle frizione. Ero costretto a giocarmela ad armi quasi pari e l’unica mia fiducia derivava dal buon diametro dei fili, sia di quello della lenza madre, sia del terminale, anche se non avrei scommesso sull’integrità del nylon perché chissà da quanto tempo si trovava esposto al calore, agli sfregamenti ed al sole, là dove l’avevo trovato tra gli scogli.

Ma dopo qualche minuto avvertii che le fughe del pesce si facevano meno frequenti e, più che altro, meno intense.

Non lasciandomi prendere da ingiustificati entusiasmi, continuai con calma la mia azione tesa a stancare l’avversario.

Per un attimo ricordai una fario molto grossa, allamata pescando a mosca nell’impetuosa corrente del Volturno. Come ero riuscito ad averne ragione, così ce l’avrei potuta fare con questo pesce, anche se la difesa era ben più potente e l’attrezzatura certamente diversa.

L’avevo staccato dal fondo e adesso il pericolo era che, con una fuga laterale, puntasse verso gli scogli, dove avrebbe potuto trovare una fenditura, un anfratto nel quale intanarsi; ma per mia fortuna ed abilità questo non avvenne ed il pesce affiorò, palesando tutto lo splendore della sua livrea e mostrando quelle marcate striature nere.

Era un bellissimo sarago maggiore, non spropositatamente grande, ma comunque considerevole, soprattutto in rapporto all’attrezzatura con la quale l’avevo preso.

Ora sorgeva il problema di come tirarlo in secco…

Non potevo e non volevo azzardarmi a salparlo di peso e non avevo il guadino.

L’unica possibilità era di scendere a pelo d’acqua, avvicinarlo e prenderlo con le mani.

Sandra era dietro a me e, anche durante il combattimento col pesce, ne avevo percepito la presenza e, senza voltarmi a guardarla, ne avevo immaginato le fattezze, il colore ambrato della sua pelle abbronzata, i riflessi verdi dei suoi occhi e, soprattutto, la sua espressione.

Avevo temuto che fosse di perplessità, perché, sapendosi bella ed appetibile, quello “scemo” che aveva accanto, stava perdendo tempo con una cannina in mano, tutto preso a prendere un pesce.

In seguito, mi confessò che pensieri del genere le erano affiorati davvero nella mente ma anche che, per la gola che in amor vince chi fugge, quel mio atteggiamento, facendola in qualche modo sentire come snobata, l’avevo sollecitata a volermi per sé.

Il sarago era ormai allo stremo delle forze e se ne stava a galla, su un fianco, accennando solo a qualche stanco tentativo di nuoto.

Ruppi gli indugi e decisi di scendere quel metro e mezzo di scogli che mi separavano dall’acqua.

Il problema era la scivolosità degli scogli, resi viscidi dalla borracina attecchita su di essi e le onde.

Feci attenzione e, sempre mantenendo un contatto costante col pesce mantenendo la canna alta, arrivai all’acqua, mantenendomi in equilibrio poggiando il fianco allo scoglio alla sinistra di quello sul quale stavano i miei piedi.

Con molta cautela, in un momento in cui l’acqua era più calma, feci scivolare il pesce verso la mia mano protesa in avanti.

Il pesce arrivò quasi ai miei piedi ed a quel punto gli poggiai sul fianco il palmo della mano sinistra, pigiandolo sulla superficie dello scoglio.

Realizzai che non era un sarago piccolo, essendo circa il doppio della mia mano che non è proprio quella di un pianista…

Buttai la canna all’indietro, senza particolare riguardo e col cruccio di abbandonare un attrezzo che, seppur di nessun valore, mi era stato comunque molto utile.

Facendo attenzione agli aculei della dorsale, afferrai il pesce con entrambe le mani, respirai e mi sollevai.

Aiutandomi con i gomiti, incurante delle onde che mi battevano addosso, risalii e fui di fronte alla ragazza col mio trofeo interposto tra i nostri volti.

Ridemmo simultaneamente, io per la soddisfazione e lei, molto probabilmente, per l’impressione che fossi scemo.

Le spiegai che ritrattava di un sarago e, come a voler giustificare tutta l’attenzione dedicata al sarago, che era un pesce molto buono da mangiare.

Lei sorrise, poi si chinò, infilò la mano nello zaino, ne estrasse la busta con i panini superstiti, la svuotò e, porgendomela, mi disse “O gnamo, mettilo qui, un te ne vorrai mia rimanere col pesce tra le mani fino a sera…”.

Mettemmo la busta col sarago nello zaino e lo accostammo all’ombra degli scogli.

Eravamo accovacciati, fianco a fianco, con le teste accostate…

Ci guardammo negli occhi, ci prendemmo le mani, ci rialzammo, ci abbracciammo e ci lasciammo andare ad un lunghissimo bacio.

Avevo il fiato grosso, per lo sforzo degli ultimi istanti della cattura del pesce e, principalmente, per il contatto col corpo e con le labbra della ragazza.

Ci guardammo nuovamente senza proferire parola e ci baciammo nuovamente.

Sentivo il sapore delle sue labbra e l’odore della salsedine, il calore della sua pelle ed il contatto del suo ventre e del suo seno su di me.

Rimanemmo lì, a baciarci e carezzarci, senza quasi parlare per paura di interrompere quel momento magico.

Ma, tra una cosa e l’altra, ci rendemmo conto di aver fatto tardi.

A casa le nostre famiglie sapevano che eravamo andati a fare una gita in moto, ma non sapevano dove e sicuramente erano in pensiero.

Oltretutto, a quell’epoca la maggiore età si raggiungeva a 21 anni e noi eravamo più giovani.

Non c’erano neanche i telefonini….

Ci affrettammo a raccogliere le nostre cose, presi anche la canna ed il filo e tornammo alla moto.

Mi spiacque gettare la canna in un bidone della spazzatura…

La moto impiegò una ventina di minuti a condurci al paese e nel tragitto sentivo che Sandra si stringeva a me molto più di quanto avesse fatto all’andata.

Per arrivare a casa di Sandra si passava sotto alla mia che era al piano terra.

In giardino vidi mia madre che si espresse in suo tipico gesto di minaccia, mettendosi di traverso una mano tra i denti e scuotendo l’altra verticalmente.

Le gridai che accompagnavo Sandra a casa e che sarei tornato subito, che tutto andava bene, che ci eravamo attardati perché ci eravamo divertiti tanto.

Dopo due minuti eravamo sotto casa della famiglia di Sandra.

Sentendo il rumore della moto, i suoi genitori si affacciarono alla finestra, ci videro, si ritirarono e li sentimmo scendere per le scale.

Sandrà mi stupì per la sua prontezza e scaltrezza, perché aprì lo zaino, tirò fuori la busta col sarago e, prima che i suoi potessero aprire bocca, ne mostrò il contenuto al padre, dicendogli “O gurda un po’ che s’è pigliato….”.

Renato, il padre, cambiò subito espressione e m’incalzò di domande.

“Come l’hai preso, che non hai la canna? Dove eravate? Con che l’hai pescato? Madonnina quant’è bello! Allora sei bravo!”

Anche Giulietta, la madre, sebbene più autoritari e severa, si ammorbidì molto e, fffiuuuù…., il nostro ritardo passò in secondo piano.

Dopo cinque anni, in una piovosa giornata di Ottobre, io e Sandra diventammo marito e moglie.

Oggi, il nostro matrimonio è finito da tanti anni, ma il ricordo di quel sarago e di tutto ciò che conseguì alla sua cattura è ancora vivido nella mia mente.

Quel sarago posso considerarlo un pesce della mia vita.

Sarago appena pescato

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 18 Luglio 2012 08:14 )