FILI E GEPA
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Rito Oreste Marini

 

SENTIRE IL MARE - Serie di racconti di pesca.

 

 

Avevo un budget da raggiungere:era divenuto il mio incubo.

Avevo lavorato tantissimo, ma  sebbene avessi ancora tempo a disposizione, non lo avevo raggiunto.

Questo significava togliere ancora spazio alla mia grande passione:il mare e la  pesca!

 

Quel fine settimana però decisi di godermelo proprio tutto. La barca era ormeggiata, le esche pronte, mi meritavo una “due giorni in solitario”,sulla favolosa secca in alto mare “ultima spiaggia” per un probabile recupero di un uomo sull’orlo di un esaurimento nervoso.

 

Sabato mattina, all’alba ,ero già partito sulla rotta del mio punto pesca preferito.

Il mare era calmissimo , le onde tondeggianti riflettevano i lievi bagliori di un sole pigro che non voleva ancora sgusciare dalla collina.

I gabbiani si esibivano in silenziosi volteggi bassi sul mare dandomi la conferma che la giornata di tarda primavera sarebbe stata veramente positiva.

Qualche pesce rondine iniziò una impossibile gara con la barca, librandosi fuori dall’onda in avanti, lasciandomi indietro con uno sberleffo, prima di rituffarsi in acqua,

Il motorino, lento ma forzuto e tenace, spingeva il mio gozzo verso la meta, dandomi il giusto tempo di osservare un banco di alletterati  che tiravano la testa fuori dall’acqua, bollando,come se volessero respirare l’aria profumata di quella splendida mattina.

I gabbiani che mi avevano fatto compagnia per un tratto, ora si erano fermati ed accovacciati sulle onde banchettavano con un branco di minuscole sardine.

Il sole aveva deciso di sgusciare fuori dai colli, e, emergendo la sua grande testa calva, rifletteva la sua luce ancora pallida abbagliandomi.

 

Ero finalmente giunto sul posto. Dopo qualche minuto avevo calato l’ancora sul fondo roccioso ed ero pronto, impaziente per sondare il fondo con le mie parature.

 

Quello splendido mare, generoso di grandi tanute, di rosei scorfani di fondale e di pagelli sproporzionati, quella mattina volle mostrarsi in  piena forma d’avarizia spinta

.Per un bel po’ non sentii nessuna tocca.

Tirai su, ricalai,  ritirai ,ricalai ancora…niente!

Controllai le esche che tra una cala e l’altra avevo cambiato,filetti di sardine freschissime, mascone e gamberetti di fondale….niente…!

-“Forse ho sbagliato le mire”- mi guardai intorno: le isole….Il santuario…le tre case bianche…l’antenna…il grande fumaiolo della  raffineria….tutto perfetto tutto in sintonia, tutto al posto giusto e poi  il fondale…in discesa rispetto al punto dell’ancoraggio…perfetto!

Mollai un po’ di cima dell’ancora e la barca si spostò lentamente, allorquando si assestò calai ancora sino in fondo. Sentii una vibrante tocca. Tirai su….un serrano! Poi ancora un altro e quindi una serie (tre per volta) di castagnole rosse.

Non avevo certamente fatto un’uscita in mare così al largo per quella minutaglia che avrei potuto pescare nel sottoriva…ma il mare è veramente imprevedibile e così continuai per qualche ora ,senza demordere, confidando nella mia buona stella oltre che nella sua generosità ..

 

-“Mi farò un bel sughetto”-mi consolai, mentre il sole si alzava sempre più in alto ,e faceva  sentire il suo tepore dandomi conforto.

Alla fine avevo pensato di ritirarmi e già rimbrottavano nelle mie orecchie i brontolii di Giovanna affaccendata a pulire tutti quei gustosissimi pesciolini, quando uno scroscio d’acqua attirò la mia attenzione.

Vidi un dorso scuro con una piccola pinna guizzare vicino alla barca…poi un altro e un’altra piccola pinna,tagliare di netto l’acqua…poi un’altra ancora, molto più piccola…quindi un balzo fuori dall’acqua…un tonfo…e spruzzi dappertutto .

 

Era venuta a trovarmi una piccola famiglia di delfini! Giravano velocissimi intorno alla barca ,saltavano felici spumeggiando sul mare divenuto piatto come uno specchio.  S’immergevano sotto alla barca e sbucavano divertiti dall’altro lato, come per studiare cosa stessi facendo, Ritirai la lenza con un grosso serrano  allamato,  convinto che fosse venuto veramente il momento di smettere di pescare e godermi meglio quel fantastico spettacolo che la Natura aveva voluto offrirmi in quella smagliante mattinata.

 

Supposi che quello più grosso fosse  il maschio ,quello più piccolo la femmina e sicuramente il piccolissimo il cucciolo di quella vivace ed entusiasmante famiglia!

Non appena tirai a bordo il serrano e lo riposi nel secchio, vidi affiorare la lucida schiena del delfino che si diresse verso di me, poi ,con un vorticoso colpo di coda spiccò un balzo verso l’alto, attraversando per largo la barca, mentre col grosso umido vellutato occhio esplorò tutto quanto ci fosse a bordo ,poi si mollò in un tuffo innalzando spruzzi e schiuma.

La femmina mi girava intorno seguita dal piccolo.

-“Vogliono fare amicizia”-pensai,mentre mi passavano per la mente incredibili storie di uomini e delfini, tra cui una che raccontava un vecchio pescatore professionista dello Jonio. Nello Stretto di Messina, finito in  mare a seguito dell’improvvisa abboccata di un tonno gigante e preso di mira da un grosso squalo bianco (Tunnu Palamitu) che aveva iniziato a girargli attorno ,veniva salvato proprio da un delfino che gli si parò davanti e, facendo un gran chiasso con colpi di coda e stridii, lo allontanò permettendogli così di risalire a bordo del suo “bacchittu”(piccolo gozzo).

-“Sono da sempre degli amici simpatici”-pensai ammirato mentre i delfini continuavano a manifestare allegria e simpatia, ora avvicinandosi ,ora fuggendo via come per farsi rincorrere.

-“Fili”-gridai rivolgendomi al più grosso –“ti chiamerò Fili…e tu…tu sei Gepa…”-poi prendendo dal secchio una manciata di pesci urlai ancora –“Fili”…!- mentre un piccolo stormo di gabbiani si sollevò dall’acqua in volo –“Fili…tieni…!”-e porsi i pesci al delfino che si avvicinava questa volta con timore.

-“Tieni”-mentre si era avvicinato al bordo della barca gli gettai i pesci in acqua,ma sott’acqua finirono Gepa ed il cucciolo.

-“Li stanno mangiando”- sbirciai dal bordo della barca e vidi Gepa catturare i pesci che affondavano lentamente e poi, avvicinandosi al cucciolo che aveva spalancato la bocca gli introdusse i pesci che teneva in punta!

-“Gepa,tieni..!”-questa volta si  avvicinò la femmina e si fermò vicinissima alla barca, con la testa fuori dall’acqua.Le lanciai un’altra manciata di pesci e la scena incredibile si ripetè ancora.

 

A poco a poco i pesci terminarono, mi restavano le sardine ed i gamberetti rossi di fondale portati come esche che lanciai in mare perché quelle povere bestie mi parvero abbastanza affamate. Divorarono anche quelli.

Poi  ripresero i loro giochi mentre Fili si esibì in un nuovo entusiasmante balzo attraversando dall’alto la barca. Quindi, scherzando tra loro si allontanarono mentre li seguii con lo sguardo sino a vederli inghiottire dall’orizzonte.

Mi  ritirai a casa abbrustolito dal sole, senza pesce, senza esche ma colmo di una gradevole entusiasmante euforia.

 

Di pomeriggio corsi in pescheria e trovai due cassette di sardine. Le acquistai con lo scopo preciso di incontrare ancora al largo quegli splendidi animali.

 

L’indomani all’alba mi scorsi senza attrezzi né lenze ma col mio carico di sardine in alto mare, nei pressi della secca, ad aspettare i miei nuovi amici..

Ero impaziente.

Il sole tardò tantissimo a sbucare dalle rocce quel mattino, e quando sonnolento affacciò il suo testone, udii nuovamente lo sbuffare festoso tra gli spruzzi salati di Fili, Gepa ed il loro piccolo cucciolo!

Erano tornati più festosi che mai .Fili saltò più volte in aria per vedere l’interno della barca dove in buona vista erano state riposte le sardine, quindi comunicò con la sua famigliola  con diversi stridii ed infine tutti insieme si avvicinarono alla barca.

A questo punto avvenne l’incredibile, erano tutti lì, a bocca aperta, appoggiati alla barca e… il banchetto incominciò  .Mi rammaricai soltanto di avere a disposizione solo due cassette di sardine.

 

Mi fecero compagnia per oltre un’ora rincorrendosi felici. Infine se ne andarono per la loro strada ed io per la mia.

 

Mi aspettava una settimana di intenso lavoro, ma sabato…sabato mattina…se il tempo me lo avesse permesso…sarei andato ancora a trovarli.

 

Sabato all’alba mi trovavo già sulla spiaggia e stavo mettendo ordine dentro la barca. Avevo acquistato ben cinque casse di sardine freschissime sicuro ormai che li avrei ancora incontrati.

Il tempo era eccellente per un’escursione al largo, persino con la mia piccola imbarcazione.

Il mare sbatteva dolcemente le sue deboli onde sulla riva  quasi come non volesse farsi sentire, mentre osservavo la risacca, stanca per la lunga notte trascorsa, notai sulla battigia due sagome scure  rotolarsi col movimento del mare.

Sembravano due grossi parabordi scuriti dal catrame, quindi mi avvicinai incuriosito. Man mano che mi accostavo, quelle sagome mi parvero sempre più familiari…,no,…non è possibile…ruzzolano con le onde…non possono essere loro…:Si, erano due delfini, con la pancia gonfia che rotolavano nella risacca quasi abbracciati, facendo uno strano rumore come una sacca ruvida piena d’aria  che strusciava nella sabbia.

Mi  abbassai, li vidi, li riconobbi sia per le dimensioni che per le macchie nelle guancie…erano Fili e  Gepa e erano morti! Avevano la coda mozzata  con un taglio netto! Veramente un’orrenda fine per degli animali tanto buoni e generosi!

Provai una grande pena mentre li accarezzavo e un immenso forte dolore accompagnò la mia commozione, allorquando notai quei corpi straziati dalle maglie di una grande rete e poi quella  orrenda mutilazione.

Mi  avvolse un senso di freddo mentre non riuscivo a staccare lo sguardo da quei corpi martoriati.

Pensai che forse anch’io avevo contribuito alla loro fine prematura  e provai un profondo rimorso, perché avevo inculcato loro, animali estroversi, gentili ,amabili ed ingenui, un ulteriore senso di fiducia  verso l’animale più spietato , feroce, egoista del mondo: l’uomo.

Ultimo aggiornamento ( Domenica 19 Settembre 2010 17:47 )